Didattica della filosofia

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Sono un privilegiato.

Quando il terzo anno di liceo incontro gli alunni vivo la stessa emozione (e responsabilità) di chi inizia i piccoli alla lettura, insegna i primi rudimenti di matematica, scopre in classe il mondo e i suoi abitanti. Per l’insegnate di filosofia i primi mesi sono molto difficili perché occorre procedere all’alfabetizzazione lessicale degli studenti, alla ricerca di senso e di ordinamento dei concetti studiati.

Dopo le prime lezioni solitamente il gruppo si divide in entusiasti, preoccupati e recalcitranti. Gli entusiasti sono coloro che vogliono conoscere con passione, quelli che vivono il colpo di fulmine con la filosofia e si buttano alla cieca nel turbine della filosofia antica. I preoccupati hanno un approccio esclusivamente razionale, sentono subito la fatica di dover imparare cose nuove e, forse, comprendono prima di tutti lo sforzo concettuale richiesto. I recalcitranti hanno solitamente le idee ben chiare, si lamentano continuamente dell’astrattezza, pensano ai fatti loro e fanno il minimo indispensabile per non lasciarsi contagiare dal fuoco filosofico.

Dopo alcuni anni ho imparato a rispettarli tutti, ad accoglierli in classe con attenzione e curiosità, perché da tutti posso imparare e ripartire. Non è facile spiegare ai neofiti che cos’è la filosofia. Mi pare un buon punto di partenza questo estratto di Nagel, che confonde le idee al punto giusto:

“Il principale interesse della filosofia è mettere in questione e comprendere idee assolutamente comuni che tutti noi impieghiamo ogni giorno senza pensarci sopra. Uno storico può chiedere che cosa è accaduto in un certo tempo del passato, ma un filosofo chiederà “Che cos’è il tempo?”. Un matematico può studiare le relazioni tra i numeri, ma un filosofo chiederà “Che cos’è il numero?”. Un fisico chiederà di che cosa sono fatti gli atomi o che cosa spiega la gravità, ma un filosofo chiederà come possiamo sapere che vi è qualche cosa al di fuori delle nostre menti. Uno psicologo può studiare come i bambini imparano un linguaggio, ma un filosofo chiederà “Che cosa fa in modo che una parola significhi qualche cosa?”. Chiunque può chiedersi se è sbagliato entrare in un cinema senza pagare, ma un filosofo chiederà “Che cosa rende un’azione giusta o sbagliata?””

T. Nagel, Una brevissima introduzione alla filosofia, Milano, Mondadori 1989, pp. 6-7.

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