Fede, dolore e speranza

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Sui fiumi di Babilonia

(ho scritto questo testo di getto, per me e per tutte le persone che faticano a cantare)

Sui fiumi di Babilonia,

là sedevamo piangendo

al ricordo di Sion.

Ai salici di quella terra

appendemmo le nostre cetre.

Là ci chiedevano parole di canto

coloro che ci avevano deportato,

canzoni di gioia, i nostri oppressori:

«Cantateci i canti di Sion!».

(Salmo 137)

 

Cattività, dal latino captivĭtasatis, der. di captivus prigioniero. Il termine fa riferimento ad esseri viventi abituati a vivere liberi, tenuti prigionieri, in cattività, in speciali recinti.

Il Salmo 137 è un Salmo duro che raramente trova posta nella liturgia della Chiesa. Nel suo testo si fa riferimento alla deportazione del popolo eletto a Babilonia e alla persecuzione ordita dagli Edomiti. La tristezza, la nostalgia, la vendetta che il salmista vuole comunicare sono gli stati d’animo di chi è stato privato della libertà, dell’amore, della speranza.

Come è possibile oggi cantare allegramente dai balconi, diffondere video in cui il popolo prigioniero in casa irride alla propria sofferenza, canta le canzoni del suo passato, le canzoni che hanno rappresentato un momento felice della vita, forse un amore, con la superficialità dei buontemponi?

Conforto o alienazione?

È mai possibile accettare il dolore della separazione? Far scorrere dentro di noi la divisione senza dover cospargere l’inquieta oscurità che ci abita con la finta consolazione delle canzoncine, dei video ridanciani, delle immagini rassicuranti? Nelle nostre case non stiamo dando il meglio di noi, non siamo il popolo dei santi, dei poeti e dei navigatori. Siamo il popolo dei guardoni insoddisfatti, maniaci del macabro, cuochi improvvisati, cinefili distratti, borghesi senza virtù. Siamo alienati e ci stiamo narcotizzando, perché abbiamo paura della malattia e della morte. Abbiamo paura del dolore. Cantiamo dai balconi le canzoni che vogliamo sentire perché non accettiamo di aver perduto la nostra libertà. Siamo in cattività e diventeremo cattivi. Molto più di prima. Dentro di noi crescono i nostri vizi. Lontano dal sole, l’albero del male produce i suoi frutti mortali. Violenza, perversioni, gola, avidità, egoismo. L’apparente tempo a disposizione è in realtà una successione di attimi maledetti, che non abbiamo cercato, che non abbiamo meritato. Questo tempo non ci ha fatto bene, ha distrutto le nostre relazioni. Ha sostituito l’abbraccio con il like, un bacio con una faccina colorata. Siamo chiusi in casa, non abbiamo scelto di rimanere in casa, ci restiamo perché non abbiamo scelta. Siamo deportati in casa nostra, incatenati dalle informazioni martellanti che media instancabili mandano a ripetizione.

Cresce in noi soltanto il risentimento. I nostri sguardi non si incontrano più e se si intrecciano sbadatamente per strada, le rare volte che coraggiosamente usciamo, allora risuda l’odioso sospetto della malattia. Dove è finita la bontà dei #restiamoumani? I cantanti irridono la mansuetudine dei buoni chiedendo soldi per i debiti prodotti dagli incompetenti e dai malvagi, soffiando veleno nelle narici di chi li ascolta. Ci stanno avvelenando e pretendono da noi una morte silenziosa. Non bisogna denunciare l’intolleranza dei tolleranti, l’incoerenza dei coerenti, l’odio degli umanitaristi. Dobbiamo essere uniti. Non ci sono strategie, non c’è guarigione da questa malattia. La paura della morte ha già ucciso più della morte stessa. I bambini non possono giocare, i giovani correre, le mamme accudire e le nonne salutare. 

Tu Edomita mi chiedi perché non canto? Perché non esco sul balcone ebbro di gioia con i motivetti della festa? Siamo deportati in casa nostra e tra poco odieremo le stesse mura che abbiamo adornato, gli spazi che abbiamo arredato, i ricordi dei nostri affetti posti nelle nostre librerie.

Spera in Dio? Aspetta a parlare in suo nome, vivi il lutto.

Non banalizzare il luogo dove ti trovi, l’abisso della tua solitudine. Gli abbracci che non puoi dare non ritorneranno più. L’amico che non hai salutato, ti mancherà. Stai fermo nel tuo dolore. Vivi la tua rabbia. Accetta l’ingiustizia che ti tiene incatenato. La menzogna che ti lega al palo, l’incompetenza di chi ti costringe a rimanere a casa perché non ha governato la vela bucata della nostra imbarcazione. Non ha saputo, non ha potuto, non ha voluto. Non cedere alla tentazione di unirti alla preghiera melliflua di chi invoca il finto Dio che ora guarda da un’altra parte, in attesa del nostro pentimento. Senza fede e senza speranza. Vivi la tua Babilonia, accetta la deportazione, la distruzione. Guarda il volto di chi ti amava mentre ti denuncia all’infido sorvegliante. Non scendere a compromessi con i vicini che presto ti venderanno agli aguzzini. Non cantare i tuoi canti di amore, non svendere la tua fede per chi costruisce un mondo nuovo, un mondo che non ti appartiene, in cui ti riparerai dalla morte pur essendo già stato ucciso.

A cosa serve nasconderti se non potrai più uscire? La tua libertà è un ricordo, ti aspetta la schiavitù, in una gabbia che non ha sbarre. Il leone viene tenuto in cattività dai suoi padroni, solamente per suscitare maggiore emozione nel pubblico. Il suo ruggito, la sua fame di vita, serve a rendere lo spettacolo più avvincente. Tu pagherai. Da leone o da spettatore, comunque pagherai. Ma tieni bene in mente: non sei solo. Chiama i tuoi fratelli, diventa la sentinella che aspetta il mattino dopo il turno della notte. Turno che non ti sei scelto ma che ti è stato affidato. Non sei stato solo a Babilonia, non rimarrai solo in mezzo al tuo popolo. Vivi il tuo dolore e vivrai la Sua resurrezione. Laddove hai sperimentato la caduta, Dio ti rialzerà con la fede, la speranza, la carità. Non abbandonarlo oggi, non partecipare al coro dei traditori. Tieni per te la sua grazia ancora per un momento e lascia fluire in te il suo dolore, la sua croce, il tuo dolore.

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