La disincarnazione della Chiesa

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Nel film d’animazione francese “Dov’è il mio corpo” una mano mozzata si risveglia misteriosamente in un’ospedale e lascia la sua stanza alla ricerca del proprio corpo. L’odissea che segue la sua fuga fa emergere, da una parte la pericolosità della sua missione in mezzo a pericoli diversissimi, dall’altra il bisogno di ricomporsi, di passare dalla solitudine all’interezza organica. Anche la donna che si dirige al sepolcro in cerca di Gesù ha la stessa ansia di ritrovare ciò che ha perduto e chiede allo sconosciuto che ha davanti: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo” . 

D’altra parte anche il padre buono del Vangelo di Luca mostra misericordia al figlio penitente utilizzando gesti corporei, materiali. La festa che organizza non può così che iniziare dall’uccisione del vitello grasso. Le persone che in questi tempi di cattività stanno riscoprendo l’importanza della meditazione, dell’introspezione, dell’ascesi, della solidarietà a distanza, sembrano essere pervase da una strana malattia. Gli anni di reality televisivi, moltissimi sulla cucina, hanno prodotto un nuovo tipo di essere umano: l’homo virtualis, colui che si accontenta di rimanere a distanza, colui che è capace di sfamarsi solamente guardando gli altri cucinare. Potrebbe sembrare esagerato ma sembra che la comodità della poltrona, la potenza del video, la quiete casalinga, siano dei potenti anestetici di fronte alla mancanza del corpo: corpo dell’altro ma anche mio corpo che per essere percepito come identità ha bisogno del corpo dell’altro.

Forse in questo tempo di quarantena obbligatoria occorre ricordare che il Cristianesimo non è una filosofia, non è neanche propriamente una religione ma un incontro, l’incontro con il Risorto. Che oggi ha un corpo disgregato. “La Chiesa italiana ha scelto questa strada: abbiamo a cuore prima di tutto la salute dei fedeli, perché l’anima è sì immortale, ma abita un corpo fragile” così ha decretato il presidente della Cei prima di Pasqua, per rassicurare anche gli ultimi illusi sulla possibilità di vedere il corpo riunito. La fragilità del corpo non permette eccezioni. Non lo capirebbero i gentili, le persone della società civile che si stanno tanto impegnando a rispettare le istruzioni del cortile e non lo capirebbero i fedeli, mossi da autentici slanci di filantropico amore alla salute. Non sembra interessare a nessuno che l’anima può essere ferita a morte, può spegnersi ancor prima del corpo se non è alimentata, curata, difesa. Per alcuni pastori sembra che il corpo di Cristo possa sopravvivere a prescindere dai sacramenti e che la Chiesa (l’ecclesia) possa vivere anche senza assemblea. Il sogno dei transumanisti gnostici: una mente senza corpo.

A furia di dire che possiamo infettare gli altri (e che gli altri possono infettarci) inizia a serpeggiare il sospetto che stare insieme sia sbagliato, nocivo. Nei supermercati, gli ultimi ritrovi dei nostalgici uomini analogici, ci si guarda con diffidenza, si mantengono le distanze, addirittura si fatica a parlare. Possibile che la paura del contagio ci abbia privati del bisogno dell’altro? Ci siamo disumanizzati. Possibile non avvertire nessun dolore nell’accettare di sospendere le celebrazioni, nell’accettare di desacramentalizzare la Chiesa? Forse il corpo non era così importante per i funzionari del sacro, per i professionisti della liturgia, per i guardiani delle margheritine? Ora avranno trovato la giusta distanza dal popolo, ora che possono mandare in onda i loro spettacolini sacri, ora che non devono più mischiarsi con l’odore delle pecore? Non c’è più popolo incredulo, non ci sono le lingue tremolanti delle vecchie, niente scocciatori alle porte, bambini urlanti, adolescenti incomprensibili. Il pastore è solo, senza pecore, e sta bene così. Apparentemente non dimostra il contrario, non si ode il suo grido di disperazione nella notte. Si adatta obbediente ai decreti e, a furia di adattarsi, perde il suo popolo. Perché il pastore non è nè freddo nè caldo, non è Socrate e nemmeno Cristo. 

In un celebre testo che si intitola Immortalità dell’anima o risurrezione dei morti del teologo Oscar Cullmann, vi è la contrapposizione tra la dottrina dell’anima platonica e la resurrezione cristiana. Nel giorno della sua morte Socrate, il maestro di Platone, è circondato dai suoi discepoli e attende la sua morte con tranquillità, come una liberazione dalla prigionia del corpo, certo che l’immortalità dell’anima lo condurrà ad una vita migliore. Dall’altro lato abbiamo Cristo che nel giorno della sua morte è pieno di paura, entra nella Passione, rimane solo, perché i suoi discepoli fuggono terrorizzati. Il suo corpo viene dilaniato, subisce una morte orribile. Queste due morti sono in contrapposizione e alternative: soltanto per il cristianesimo il corpo dona un significato irripetibile all’esistenza umana. Avere un corpo, un corpo che si può donare è la più alta forma di libertà. Per il cristianesimo è la morte, non il corpo, che deve essere vinta dalla resurrezione grazie ad un nuovo atto creatore di Dio.

Dov’è il mio corpo ? E’ la domanda che ogni cristiano dovrebbe farsi in questi giorni di isolamento. Forse abbiamo dato per scontato tante cose negli ultimi anni e questa pandemia, questa pandemia spirituale che ci affligge, dovrebbe portarci a cercare il nostro corpo. Innanzitutto bisogna accettare il dolore della separazione, senza consegnarci alle misure compensative, inginocchiarsi allo schermo altare, esaltare le preghiere virtuali e scimmiottare il memoriale della Pasqua con le chat eucaristiche. Poi chiederci: abbiamo un corpo o siamo semplicemente degli spiriti disincarnati? Ci manca la parrocchia, la nostra comunità, il nostro gruppo di preghiera? Sentiamo il bisogno di tornare ad essere presenze, le pietre vive di un edificio spirituale o siamo ciottoli che si scalciano lungo la strada? Come corpo abbiamo bisogno del un capo, abbiamo bisogno di Cristo, che non è il personal Jesus della canzone dei Depeche mode, ma è la presenza che vuole unirsi alle sue diverse membra.

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