Carcere e verità

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"Poi se una donna incinta viene mandata in carcere e qui partorisce un figlio, che una volta nato da infante sia nel carcere nutrito e cresca; e se capitasse che sua madre che lo ha generato nominasse il sole e la luna, le stelle, i ponti, i campi e gli uccelli che volano, i cavalli che corrono e questi dal momento che sarebbe nato e cresciuto in carcere e non conosce nient'altro che le tenebre della prigione, e all'udire di queste cose, di cui però non ha esperienza, diffiderebbe della loro veracità. Così nati nella cecità di questo esilio, gli uomini quando sentono dire che le cose invisibili e somme esistono davvero, dubitano della loro verità, poiché solo queste cose visibili e infime in cui siamo nati, conoscono".
(S. Gregorio Magno, Dialoghi, IV 1,3 tda)
 
La cecità non è soltanto un difetto fisico, una disabilità. La cecità è un modus vivendi, un atteggiamento esistenziale che assegna alla realtà un significato assoluto. Il mito della caverna del Libro VII de La Repubblica di Platone ha affascinato (e continua ad affascinare) coloro che non si vogliono arrendere alle opinioni superficiali della falsa conoscenza e dei falsi valori. Gli uomini schiavi, in catene fin dalla nascita, costretti a guardare il fondo della caverna con lo stesso interesse di chi oggi fa binge watching con le serie tv, gli uomini schiavi sono in grado di vedere solo le ombre. Forse mai come in questi tempi ci sentiamo incapaci di vedere, di riconoscere la verità. Siamo bombardati quotidianamente dai media e dobbiamo gestire una quantità esagerata di immagini: oggi che cos'è la verità? Il prigioniero della caverna platonica si libera e inizia il suo percorso di risalita, di uscita dal buio per trovare la luce. La grande intuizione di Platone è il ritorno del "liberato" nella caverna per salvare i suoi amici, forse per morire per loro come fa intendere il racconto, ricordandoci la vicenda di Socrate.
 
S. Gregorio Magno riprende quest'idea della cecità nella prigione ma ci pone di fronte ad una situazione diversa. Una donna incinta viene incarcerata, si trova in una situazione che non dovrebbe spettare in chi si trova nel suo stato. Sta per dare la vita ad una nuova creatura ma invece di festeggiare, di gioire per la nascita di un uomo, deve generare suo figlio in carcere, in un luogo chiuso, "fuori" dal mondo. Questa madre, un pò come fa la Chiesa, cura questo bambino per diversi anni. Quando diventa grandicello e può ascoltare e comprendere i suoi discorsi, la madre inizia a raccontargli la bellezza del creato, la verità delle cose somme e invisibili. Il bambino non ha esperienza, nato nella cecità non può credere a nient'altro che alle tenebre della prigione ma ha la madre che si fa carico della sua mancanza.
 
A differenza del mito della caverna in cui il prigioniero si libera in solitudine, il cristiano si trova in una situazione di accompagnamento in carcere, beneficia della sapienza e della cura della madre che lo ha generato alla vita. La forza di questa madre è la capacità di dare alla luce e di essere luce in una situazione drammatica. Questa madre non pensa ai suoi interessi, non è la matrigna cattiva della fiaba di Raperenzolo che chiude nella torre la principessa per crudeltà, per impedirgli di stare nel mondo, di essere. Questa madre che rimane in prigione con suo figlio ha lo sguardo proteso alla speranza del futuro perché memore della bellezza del suo passato, questa madre attinge forza dal suo passato, in comunione con tutti quelli che l'hanno edificata.  

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