Presente

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Durante l’appello si risponde: presente!

Presente non vuole dire semplicemente ho risposto, ti sento. Presente vuol dire: sono pronto a iniziare, sono qui e ora con tutto me stesso. Per questo durante la didattica a distanza è molto difficile fare l’appello, verificare chi c’è e chi non c’è. Non soltanto per i problemi di disconnessione, per le pause, i ritardi, le urla di sottofondo di ambienti chiaramente non predisposti alle lezioni. Fare l’appello a distanza non permette di rispondere presente, di dire sono qui e ora.

Oggi pare abbastanza chiaro che la didattica a distanza sia stata utile per il benessere socio affettivo degli alunni ma è servita poco all’apprendimento, se non in alcuni casi; per molti è stata addirittura dannosa. Ha infatti aumentato la differenza economica (appare evidente chi possiede dispositivi e chi non li possiede, chi ha uno spazio dedicato e chi ascolta le lezioni in uno sgabuzzino con i pomodori della nonna), ha aumentato la differenza cognitiva (i più “pronti” sono andati avanti, chi aveva difficoltà di apprendimento ha avuto ancora più problemi), differenza emotiva (il disagio, l’insicurezza, la paura di non farcela, la solitudine, sono stati evidenti soprattutto in chi ha vissuto la reclusione forzata senza appoggi familiari forti). In poche parole aumenterà la dispersione scolastica: l’Unicef prevede seri problemi per l’istruzione dei bambini ai tempi del covid.

Come bisogna ripartire? Innanzitutto rivalutare appieno la corporeità nel processo di apprendimento, in una prospettiva integrale. Quando impariamo lo facciamo con tutte le nostre facoltà in un determinato spazio e in un determinato tempo. In classe uno studente non ascolta da solo il suo insegnante ma lo ascolta INSIEME ad altri compagni. Questa assemblea liberamente riunita (in greco ekklesia, da cui chiesa) è una componente essenziale per l’apprendimento: per Platone, addirittura, senza una presenza fisica, senza una condivisione, non si può dare educazione.Senza una presenza fisica non si coglie l’essenziale che è frutto di uno sguardo, di un gesto, di una prossemica che il virtuale può rappresentare ma non sostituire. I sensi non possono essere annichiliti: vedere e ascoltare un insegnante tramite uno schermo non è vedere e ascoltare l’insegnante ma vedere l’insegnante e ascoltare l’insegnante da uno schermo.

La prossimità è infatti modulata dai recettori di distanza orientativi (occhi, orecchie e naso) e recettori immediati di distanza (tatto e pelle). La comunicazione è fondamentalmente distanza che si avvicina (quando salutiamo o incoraggiamo) o che si allontana (quando insultiamo o non rispondiamo). Pensando al concetto di distanza, pensando all’educazione in presenza, allora ciò che manca alla didattica a distanza è l’abitare, l’essere in un luogo che non è neutro perché riflette il vissuto di chi è dentro, come la casa manifesta il gusto dei suoi inquilini. Abitare come “in-essere”, partecipare cioè ad uno spazio nel tempo che abbiamo a disposizione, insieme agli altri. Nell’abitare una classe, per esempio, si scopre l’accoglienza, l’ospitalità, l’appartenenza.

La didattica a distanza, organizzata in questo modo emergenziale quasi magico, sta rivelando che attraverso la rete non siamo prossimi, nemmeno vicini, forse soli.

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