Solitudine e cattività

Share with:


L’elefante è un animale che vive in branco. Quando la madre muore, il piccolo viene adottato da un’altra femmina e dal branco stesso. Alcuni studi hanno mostrato che i membri del gruppo sono molto solidali tra di loro, in situazioni di pericolo e quando qualche elemento non sta bene. Anche la tradizionale marcia degli elefanti è estremamente simbolica: si muovono insieme legando la proboscide alla coda. Nonostante la loro grandezza, hanno un senso di fragilità che li rende deboli in situazioni di isolamento.

L’immagine dell’elefante in cattività che tiene insieme proboscide e coda mentre è in viaggio, cercando disperatamente il suo compagno, esprime il bisogno di relazione che ogni essere vivente vorrebbe soddisfare. Dal mese di marzo abbiamo coniugato un nuovo modo di sentire la solitudine. Siamo rassegnati o desideriamo ritornare all’essere con gli altri?

L’uomo percepisce che essere separati dalla comunità, essere socialmente isolati, è un’emergenza. Se non riusciamo a godere della compagnia degli altri, se non riusciamo a stabilire una giusta prossimità, rischiamo di cadere in depressione, in un vortice pericoloso di vuoto interiore. Soprattutto la solitudine imposta è una una forma violenta di “trasvalutazione” in cui, per affermare un apparente bene superiore, rischiamo di provare le stesse reazioni fisiologiche del dolore, della fame o della sete. Si modifica la nostra scala di valori: cosa viene prima la libertà, l’amore, la bellezza o la salute? Dopo il lockdown cosa resta del nostro modo di stare insieme?

Nella Genesi si legge: non è bene che l’uomo sia solo. La relazione è un bisogno primario che non può essere facilmente eliminato. Seneca aveva già chiarito la differenza tra solitudine e isolamento.

Nelle “Lettere a Lucilio”, Seneca narra che Crates vedendo un uomo che si stava allontanando, gli chiese cosa stesse facendo da solo.

Questi disse: “Non sono solo, cammino con me stesso”.

Al che Crates rispose: “Stai attento, perché vai in compagnia di un uomo cattivo”.

L’isolamento può generare una cattiva compagnia, possiamo accompagnarci con chi può farci veramente male se non abbiamo raggiunto una maturità razionale, emotiva e spirituale. Possiamo abbracciare la nostra ombra. Possiamo realmente finire a collegare la proboscide con la coda, chiudendoci al mondo, chiudendoci alla relazione con gli altri. Se avvertiamo di non stare bene in compagnia di noi stessi, nutrendo una certa agitazione e un continuo rimuginare di pensieri cattivi, allora bisogna stare attenti, perché siamo finiti in compagnia di un uomo cattivo.

La solitudine buona, produttiva, che genera la pace interiore ha una caratteristica fondamentale che molti ignorano: è libera. Il ritirarsi per un tempo a riflettere, fare il punto della situazione, evitare le amicizie negative, essere “monaci” in vista di un bene superiore, non sono soltanto comportamenti utili ma anche necessari.

Se la solitudine è imposta e ingiustificata non può essere produttiva ma ci mostrerà chiaramente che possiamo essere molto meno liberi del povero elefante che si tiene la coda…

Lascia un commento