Obbedienza e responsabilità

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Il termine obbedienza si ricollega al latino, all’unione del prefisso ob- = dinnanzi col verbo audere = ascoltare. Obbedire significa letteralmente ascoltare chi sta dinnanzi, in altri termini, prestare ascolto. Ascoltare prevede che la persona dia importanza al messaggio in arrivo (ascoltare non è sentire) e ritenga indispensabile comportarsi di conseguenza. L’obbedienza è accompagnata da un vincolo morale che ci rende obbligati a svolgere qualche compito. L’obbedienza automatica, meccanica, è disumana. Durante il processo, i nazisti giustificarono le loro terribili malefatte con un perentorio: abbiamo soltanto eseguito gli ordini dei nostri superiori. La cieca obbedienza era una delle prerogative delle SS ed una delle forme peggiori di asservimento in cui l’uomo può cadere.

Ai nostri giorni forse il termine obbedienza è poco utilizzato: troppo conservatore e militaresco. Ma la richiesta di esecuzione automatica di compiti è ancora molto presente. A livello sociale ci scontriamo con limitazioni del pensiero, della libertà individuale e delle libertà educativa, motivate dalla necessità della sicurezza o dal politically correct. Le istituzioni politiche, educative e religiose utilizzano termini come unità, comunione, fratellanza, concertazione per inibire e indirizzare i comportamenti maggiormente utili alla conservazione del potere. La critica, seppur giusta e motivata, deve lasciar spazio al bene superiore, occorre eliminare gli attriti e le divisioni per raggiungere il benessere collettivo. Così collettivo che spesso si identifica esclusivamente con il bene del capo o del gruppo dominante!

Come possiamo distinguere la virtù dell’obbedienza, la capacità di affidarci alla sapienza dell’altro, dall’obbedientismo, una forma disumana di deresponsabilizzazione? Come possiamo rendere questo ascolto attivo realmente capace di accogliere le indicazioni di chi ha interesse a farci crescere o a rendere il nostro lavoro più vero, utile e buono? Possiamo ricadere nella cieca obbedienza dei nazisti che ha manifestato la sua inutilità e pericolosità, dietro ad un perentorio “abbiamo soltanto eseguito degli ordini“? La questione è delicata, soprattutto in vista della proposta di eseguire delle vaccinazioni di massa. Se qualcuno si rifiuterà di obbedire al civilissimo invito del governo, farà una sorta di obiezione di coscienza, sarà automaticamente riconosciuto come nemico e ribelle? Quale rischio corriamo nell’utilizzare l’obbedienza come fine e non come mezzo?

Un uomo chiede ad un rabbino «Perché il vostro Dio, che è il Dio dei poveri, non nutre i poveri?». La risposta del rabbino è: «Per salvare l’umanità dalla dannazione».

Secondo Levinas la responsabilità è la questione etica per eccellenza. L’umanità è a rischio dannazione quando non riconosce il dovere di aiutare gli altri e delega tale compito a qualcun altro o all’Altro. Nel nostro essere davanti agli altri possiamo dannarci qualora non prestiamo attenzione all’elezione che abbiamo ricevuto. L’obbedienza è virtù quando è unita alla responsabilità, quando comprendo che eseguire un compito, un ordine, seguire il consiglio di un genitore, un insegnante, un prete ha valore se rimaniamo liberi. Rimaniamo liberi quando non abbiamo costrizioni. E se siamo liberi non possiamo imputare ad altri la responsabilità della nostra scelta. Quante volte dietro ad un bel matrimonio si nasconde la coercizione di qualcuno… La dignità dell’uomo non risiede nell’obbedienza ma nella libertà responsabile di riconoscere un comando sbagliato anche alla presenza di persone apparentemente perfette. La famosa frase di Hanna Arendt “nessuno ha il diritto di obbedire” ci ricorda che  l’obbedienza non si sottrae dal giudizio morale e giuridico. Per tante persone poco responsabili è più facile obbedire, trincerandosi dietro un ambiguo non sapevo, non volevo, non potevo.

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