Il problema del male e l’ottimismo dei filosofi

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I filosofi moderni hanno cercato di affrontare razionalmente il problema del male, sganciandosi dalla religione rivelata e provando ad argomentare in modo plausibile. La teodicea ha cercato di assolvere Dio dal problema del male. Se Dio è buono perché esiste il male? Da dove viene? Perché esiste? Dio non è visto nella prospettiva personalistica giudaico-cristiana ma come ente perfettissimo ordinatore e reggitore del mondo. Il male è un problema perché altera la ragionevolezza presunta di un ordine necessario.

Nel suo Dizionario storico e critico Bayle riprende l’antica obiezione dei manichei contro l’idea biblica della creazione. Se Dio esiste, da dove viene il male? Se non esiste, da dove viene il bene? La constatazione della presenza ineliminabile del dolore, del male, della morte, costituisce un’obiezione insormontabile all’affermazione della bontà e perfezione del mondo.

Leibniz si affida, nel suo Saggio sulla Teodicea, a un principio di “armonia metafisica”: dimostra con ragioni necessarie che esiste un principio di armonia universale, che presiede alla creazione del mondo, rendendolo “il migliore” di quelli “possibili”. L’esistenza del libero arbitrio umano è quindi la causa del male morale ma rientra anch’essa in questo principio di massima perfezione, e come tale non potrebbe essere impedita da Dio
(che pure ne conosce il prevedibile abuso), senza con ciò venire meno alla “regola del meglio”. La causa del male non va posta dunque in Dio, ma nella limitazione originaria delle creature, nella loro realtà finita.

Leibniz colloca il libero arbitrio dell’uomo all’interno della preordinazione provvidenziale, da parte di Dio, delle nostre azioni future: Dio è certo che in futuro noi compiremo l’azione A, anziché non A. All’uomo spetta di seguire il piano a cui la nostra volontà sembra orientata: Dio nella sua assistenza provvidenziale trasformerà il male in bene. Il nostro è il migliore dei mondi possibili e dunque possiamo vivere felici anche in presenza di sciagure, catastrofi o ingiustizie.

Sarà vero? Forse la questione del male implica delle riflessioni ulteriori. Innanzitutto la dimensione intersoggettiva: il male è qualcosa che subisco e pratico in compagnia. L’altro è con me e contro di me attore del male. L’altro è con me e contro di me vittima del male. La libertà e la responsabilità che contraddistinguono l’agire umano superano la visione monadistica leibniziana: ognuno si muove in modo disinteressato in un universo deterministico.

Fosse pure dimostrato che quello scelto da Dio è il migliore dei mondi possibili, sarebbe ciò sufficiente a farcelo amare, in determinate situazioni, come può essere il caso delle vittime innocenti di una sciagura, per esempio di un catastrofico terremoto?

Voltaire ha reso popolare il tema della critica all’ottimismo con il Poema sul disastro di Lisbona, scritto dopo il terribile terremoto che colpì la città nel 1755. In modo provocatorio, davanti alle rovine della capitale del Portogallo, egli rimette in discussione le certezze filosofiche di coloro che si professano ottimisti a priori:

O infelici mortali! O terra degna di pietà!

O cumulo spaventoso di tutti i flagelli!

Successione eterna di inutili dolori!

Filosofi illusi, che gridate Tutto è bene,

accorrete, contemplate queste orrende rovine,

queste macerie, questi detriti, queste ceneri miserande,

queste donne, questi bambini ammucchiati l’uno sull’altro,

queste membra disperse sotto i marmi infranti;

centomila sventurati divorati dalla terra,

che terminano i loro giorni miserevoli sanguinanti, straziati e ancora palpitanti, sepolti sotto le loro case, senza soccorso, fra orribili tormenti!

Direte, vedendo questi mucchi di vittime Dio si è vendicato, la loro morte è il prezzo dei loro delitti?

Quale errore, quale delitto hanno commesso questi fanciulli

schiacciati, sanguinanti, sul seno materno?

Lisbona, che più non esiste, ebbe forse vizi maggiori

di Londra, di Parigi, immerse nei loro piaceri?

Lisbona è distrutta e a Parigi si danza.

Bisogna imparare a vivere il male, il dolore, la morte senza perdere di vista la loro presenza, distinguendo ciò che Dio può, da ciò che Dio deve. Il nostro non è il migliore dei mondi se non comprendiamo di dover migliorare insieme, se prescindiamo dalla responsabilità delle nostre azioni. Altrimenti saremo i primi a sedere nei salotti di Londra e di Parigi, danzando e ridendo delle disgrazie altrui.

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