Obbedienza e virtù dell’obbedienza

Share with:


L’etimologia della parola obbedienza deriva dal latino, in particolare, dall’unione del prefisso ob- = dinnanzi col verbo audere = ascoltare. Obbedire significa letteralmente ascoltare chi sta dinnanzi, in altri termini, prestare ascolto. Purtroppo oggi è molto difficile obbedire e dare il giusto valore all’obbedienza. Forse, se si recuperasse il significato originario della parola, potremmo meglio comprendere che la vera obbedienza, meglio la virtù dell’obbedienza, non è quella che nasce dalla paura, dal conformismo o da un atteggiamento “da lecchini”: obbedire significa semplicemente prestare ascolto, tenere in considerazione le indicazioni o le volontà di qualcuno, fino al punto di farle prevalere sulle proprie, semplicemente come atto di fiducia o, meglio ancora, come atto di amore.

Interessante è riflettere sul significato dell’obbedienza nella cultura della Grecia antica. Il verbo di diatesi media pèithestai, solitamente tradotto con ubbidire, in realtà vuol dire essere persuaso. La differenza che passa tra l’obbedienza e la persuasione è la stessa che intercorre tra un bambino ed un adulto, tra un padrone e un servo. Questo verbo evidenzia quanto per i Greci fosse importante la discussione, l’argomentazione, il dibattimento, il convincere e l’essere convinti.

Nel mondo contemporaneo si dovrebbe riscoprire la virtù dell’obbedienza in correlazione con il significato e il valore della libertà. Per prestare ascolto o per essere persuaso occorre essere preventivamente in una condizione di libertà, in uno stato in cui cedo all’altro parte della mia autonomia, per il bene mio e per il bene nostro. Per questo il mondo antico era estremamente moderno. Avevano cioè intuito che la mancanza di ascolto è gravosa quanto la ripetizione acritica di comandi, l’esecuzione meccanica di ordini. Non soltanto per l’effetto che possono procurare ma anche per il presupposto che si trova alla base: la schiavitù.

Lascia un commento