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Prima dell’alba

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Sentinella quanto resta della notte?” (Isaia 21,11)

A volte capita di incontrare qualcuno che chieda conto della durata del buio, della sofferenza, della paura, della morte, della notte. Il giorno finisce, la luce lascia spazio alle tenebre: è un fatto. Tutti gli uomini si devono confrontare con il tramonto, devono affrontare la venuta dell’oscurità. La durata della notte mette a dura prova la nostra capacità di comprendere la vita, la verità, l’amore. Di fronte all’oppressione dell’oscurità aspettiamo la liberazione. Anche se siamo sentinelle, se abbiamo la responsabilità di presiedere una famiglia, un luogo, una comunità, una città abbiamo bisogno di un compagno a cui chiedere: quanto resta della notte?

Dobbiamo imparare ad entrare nella notte: non rimpiangere il giorno precedente, vivere nel “luminoso” passato, come una panacea per la nostra debolezza. Non è facile fermare lo sguardo sull’oscurità, sull’assenza di luce che porta insicurezza, paura, disperazione, solitudine, paralisi. Non viene affidato l’incarico alla sentinella perché è capace di combattere o di resistere da sola ai nemici: la sentinella deve soprattutto vedere ed essere capace di resistere alla notte. La sentinella è in grado di vedere anche di notte, sacrificando il suo giorno. Svolge questo incarico per il bene della sua città, per proteggere coloro che di notte cadrebbero nella disperazione. O nella follia.

I tempi in cui viviamo stanno portando molti a perdere il senno e la fede. Non di rado la visione della notte oscura è accompagnata da un desiderio di liberazione, dalla scoperta di una medicina, di un vaccino forse, che ci risparmi il tormento della notte. Non è possibile fissare a lungo l’obbrobrio.

Nel 1867  Fëdor Dostoevskij aveva visto un quadro a Basilea che lo turbò enormemente. Addirittura il dipinto è più volte citato e discusso dai personaggi del romanzo L’Idiota , a cominciare dal principe Myškin che, vedendolo, esclama: “quel quadro potrebbe anche far perdere la fede a qualcuno”. Il dipinto in questione è Il corpo di Cristo morto nella tomba di Hans Holbein il Giovane del 1521 e ritrae Gesù prima della resurrezione: la faccia, le mani e i piedi sono in un primo stadio di putrefazione e il corpo, disteso, appare in più punti emaciato, con la bocca e gli occhi semiaperti. Per realizzare questo dipinto sembra che il pittore si sia ispirato al ritrovamento di un corpo di un uomo affogato.

E’ proprio questa morte reale che Dostoevskij vuole raccontare: essa rappresenta la morte di Cristo nei cuori e nella vita degli uomini, l’estraneità di una presenza obbrobriosa: un interrogativo terribile, di fronte al quale la fede non può non vacillare. La fede cieca e pura di Dostoevskij non è quella del fideismo: per lui “questo quadro è il punto simbolico diacritico tra fede e miscredenza, cristianesimo e ateismo”. La lunga notte in cui siamo entrati, laddove lo stesso compagno di turno non riesce a vedere la prima luce del mattino, implica un cambiamento sostanziale di mentalità e di cuore. Anche per Dostoevskij, la fede ritrovata dopo un lungo buio, non è stato un qualcosa di posseduto in modo definitivo, bensì qualcosa da riconquistare continuamente. Nella notte come speranza della luce, nel giorno come amore per i pusillanimi.

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