La vera crisi è religiosa

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Nel 1969 Edward Bailey pubblicò la tesi di Master of Arts The Religion of a ‘Secular’ Society in cui si iniziò a discutere del concetto di “implicit religion”. Secondo Bailey, la vita religiosa presenta alcune caratteristiche morali e sociali generali che trasformano e coinvolgono profondamente l’individuo. Anche la vita secolare, non religiosa, può essere interpretata utilizzando parametri analoghi. Dal punto di vista del senso sacro, per citare uno studioso delle religioni come Rudolf Otto, la stessa esperienza religiosa è possibile effettuarla in terreni non propriamente religiosi. Fuori dalle chiese è possibile riconoscere elementi misterici come riti, simboli, liturgie che svolgono una funzione vitale, rispondono ad un bisogno individuale e collettivo: la ricerca di un senso che possa rischiarare il mistero della vita.

La scoperta della implicit religion permette di comprendere come molte dinamiche sociali siano incentrate sull’adesione, spesso inconsapevole, ad un culto. In un culto l’individuo onora l’eccellenza di un altro essere attraverso una serie di comportamenti ricorrenti (preghiere, simboli, formule liturgiche, gesti rituali, feste, luoghi e persone consacrate) per sviluppare un rapporto con il divino. Il culto, a differenza della fede che è individuale, ha una dimensione collettiva visibile, tangibile, in cui un gruppo si riconosce e riconosce i membri credenti. Alcuni possono maturare un credo religioso anche nei riguardi di ciò che non è una religione. Il bisogno religioso è intrinsecamente presente nell’uomo e spesso si rivolge ad oggetti profani investendoli di un’aurea sacra. Secondo Simmel la religione esalta i sentimenti e gli impulsi religiosi ma non è escluso la presenza di un culto anche in altre situazioni:

“Non credo che sentimenti e impulsi religiosi si manifestino solo nella religione; credo piuttosto che essi si trovino in molteplici combinazioni, come un elemento che opera in una pluralità di situazioni e che la religione come autonomo contenuto di vita consista nel loro isolamento e nella loro enfatizzazione” SIMMEL G., Saggi di sociologia della religione

Per esempio nel mondo occidentale si pratica la “religione del consumo”. Il bisogno popolare di consumare insieme, attraverso riti programmati, in luoghi adibiti a celebrazioni di massa come i centri commerciali non esprime il culto in un nuovo credo ? La passeggiata della domenica in spazi chiusi, nelle simmetriche cattedrali del commercio, non richiama alla mente il comandamento della santificazione delle feste? Il personale colorato adibito all’accoglienza delle masse e alla commercializzazione dei prodotti non rappresentano il ponte sacerdotale tra il cliente e il prodotto? Le luci, i suoni, i cartelli, i flussi umani in processione non sono simboli fortissimi di un’antica liturgia?

Cosa potrebbe accadere ad una società postmoderna e ignara del suo bisogno di sacro, sprovvista di Dio, amputata dalle sue religioni tradizionali ma facilmente condizionabile, attenta alle nuove predicazioni, ai nuovi culti, alle nuove religioni? Sarebbe forse possibile indurre le masse a credere alla buona novella della scienza, del progresso, della nuova umanità, solamente interagendo con l’inconscio senso del sacro, con la paura della morte, con l’ “implicit religion”? Se ci fossero ripetitori talmente potenti da convincere perfino gli increduli, se ci fossero maggioranze invincibili inneggianti alla pace e alla conservazione della vita, sarebbe possibile professare un’altra religione? Le religioni tradizionali, storiche, rivelate, di fronte ad un nuovo culto totalizzante, avrebbero ancora la forza di dissentire, di opporsi, di difendere la propria identità e annunciare liberamente il loro messaggio di salvezza o sarebbero costrette ad associarsi, a costruire il nuovo culto dei buoni, dei bravi, dei puri? E se quella società apparentemente atea, agnostica, antiteista, si ritrovasse a diventare la più religiosa delle società, la più superstiziosa, la più devota, la più crudele e persecutoria, sarebbe possibile accorgersi dal suo interno di professare un nuovo culto, una nuova religione?

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