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Il sacrificio del figlio

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admin

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Il 2020 è stato un anno terribili per i bambini e per i giovani. Ormai gli studi e i saggi scientifici hanno dimostrato numericamente l’aumento dei suicidi, l’incremento di ludopatie e dei fenomeni di dipendenza acuta da smartphone e dai social media, l’inevitabile corsa alla spiritualità fai-da-te. I piccoli non si sono ammalati e non sono morti a causa della pandemia ma sono malati in modo non meno grave. Le conseguenze in termini sociali saranno incalcolabili. Secondo l’Oms, la pandemia, ha interrotto o fermato i servizi fondamentali per la salute mentale nel 93% dei Paesi del mondo, mentre le richieste di aiuto sono in aumento. Bambini e adolescenti subiscono quotidianamente situazioni di disagio familiare: non potendo frequentare le lezioni sono costantemente rinchiusi a contatto di malati e psicotici. Naturalmente soltanto dopo questa emergenza sanitaria si avrà tempo per affrontare i problemi dei piccoli. Sembra paradossale: i padri chiedono ai figli di stringere i denti, di sopportare pazientemente, di sacrificarsi per il bene comune. I bambini non sono ascoltati, i giovani non parlano in televisione. Il problema del disagio e delle malattie dei minori ha scarso peso mediatico. Si è deciso che possono aspettare: gli anni perduti ritorneranno. Devono solamente essere responsabili e attenti, evitando di creare ulteriori problemi al mondo degli adulti. Ma il bene può essere davvero comune se non abbiamo cura di tutti? Quanti suicidi giovanili e malattie psichiche sono moralmente accettabili nella gestione della sicurezza degli adulti? Sono domande crude, scomode, indispensabili. Occorre comprendere che il sacrificio del figlio è un atto contro natura, contro il tempo, contro la logica. Il padre vede nel figlio la possibilità di continuare a vivere: una civiltà che non ha a cuore il passaggio generazionale è una civiltà già morta. Per questo nell’antichità il sacrificio del figlio avveniva sempre per ragioni religiose. Forse anche oggi alla base di molte scelte biopolitiche c’è un sentimento religioso, idolatrico, superstizioso, forse demoniaco, che sta compromettendo il futuro e la salute della nostra collettività.

Nella mitologia greca si narra un episodio emblematico di sacrificio rituale: le colpe dei padri ricadono unicamente sui figli. Agamennone deve partire per Troia ma il vento è sparito dal porto a causa della vendetta divina: anni prima il re acheo aveva infatti ucciso un cervo sacro e si era vantato di tale malefatta. Il sacerdote Calcante spiega che l’unico modo per partire è sacrificare la figlia Ifigenia alla dea Artemide. Nella versione più antica e tragica del mito, Ifigenia viene condotta nel porto con la promessa di un imminente matrimonio con Achille. Agamennone uccide la figlia vestita da sposa di fronte al mare. Per soddisfare una divinità tanto crudele e poter partire per la guerra, il padre non esita ad uccidere sua figlia, innocente e nel fiore della giovinezza. La morte della figlia porterà altra morte.

Anche la figura biblica di Abramo riceve il comando divino di uccidere il figlio, Isacco, il suo unico figlio, il figlio della promessa. Dio aveva stretto un’alleanza con questo uomo avanti negli anni, nella nuova terra in cui l’aveva condotto: alla tua discendenza io darò questo paese. Abramo nutriva nel cuore il giusto convincimento che il figlio della promessa avrebbe vissuto dopo di lui nel paese che Dio gli aveva assegnato. La richiesta di Dio appare incomprensibile: come può Dio nella sua santità chiedere ad un uomo di commettere un omicidio, come può chiedere ad un padre di uccidere suo figlio, come può chiedere ad Abramo di uccidere Isacco? Come dirà Kierkegaard in Timore e Tremore, in Abramo avviene la sospensione teleologica della morale. Il comando non uccidere è temporaneamente sospeso in vista di un bene superiore (τέλος, telos), in vista della beatitudine eterna. Il padre sacrifica il figlio ma il figlio accetta di essere sacrificato, entra nel sacrificio come vittima volontaria, non comprendendo appieno quello che sta accadendo ma con la certezza che Dio avrebbe mantenuto la promessa. Secondo i rabbini nell’ultima prova di Abramo avviene l’Akedà: Isacco sull’altare rituale chiede al padre di essere stretto forte, di rimanere immobilizzato come vittima di espiazione: legami forte padre mio affinché io non resista. Secondo la tradizione, il sacrificio è valido quando l’animale rimane immobile durante la sua uccisione. Abramo e Isacco sono uniti nella prova, sono rivolti entrambi ad un bene superiore, trascendente, eterno.

La liceità dell’azione di Abramo, il padre della fede, risiede dunque nel telos, nel fine della sua azione, in un bene creduto e condiviso anche dal figlio. Altrimenti Abramo non si differenzia da coloro che offrono i figli a Moloch, il signore del fuoco, Nella Bibbia ci sono diversi passi in cui si fa riferimento ai riti pagani e demoniaci di immolazione a Moloch. I Cananei erano propensi a sgozzare e a bruciare i bambini per procurarsi protezione familiare, in onore del dio Moloch. A differenza di Abramo siamo in presenza di un rito collettivo. Per procurarsi fertilità, salute, successo, sicurezza, benessere, i padri non esitano a sacrificare i figli. I pagani, gli idolatri, i superstiziosi, vivono costantemente nella paura e hanno bisogno di avere favori, anche demoniaci. Per questo i profeti temono la cattiva influenza dei popoli vicini e i libri ammoniscono il popolo eletto di non mischiarsi con le potenze oscure: «Non darai i tuoi figli perché vengano offerti a Moloch» (Lev, 18,21); «Chiunque tra gli Israeliti o tra i forestieri che soggiornano in Israele darà qualcuno dei suoi figli a Moloch, dovrà essere messo a morte» (Lev, 20,2). Ad un certo punto molti cederanno alla tentazione di assicurarsi il potere attraverso l’idolatria e vivranno nell’empietà con esiti disastrosi «E costruirono le alture di Baal nella valle di ben-Hinnòn per far passare per il fuoco i loro figli e le loro figlie in onore di Moloch» (Ger, 32,35).

Oggi occorre effettuare un nuovo patto generazionale in cui al centro rimanga la vita. La vita del figlio è la vita del padre, la vita del padre è la vita del figlio.

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