Vai al contenuto

Vuoto a perdere

Scritto da:

admin

Share with:


Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Mt 5,13

Nel 1861 Turgenev coniava il termine “nichilista” per individuare la nuova generazione di rivoluzionari che, in un certo senso, aprì la strada alla rivoluzione bolscevica del 1917. Nella sua opera Padri e figli, l’autore faceva del personaggio del giovane rivoluzionario Bazarov un “nihilista”, un uomo

che non s’inchina dinanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato.

Nella Russia del XIX secolo si preparava la grande rivoluzione culturale che avrebbe sconvolto il mondo occidentale del XX secolo. Anche Dostoevskij ebbe la stessa intuizione. I giovani materialisti, borghesi antiliberali, fieri di un’apparente superiorità intellettuale, furono gli artefici della ribellione delle masse e i fondatori della società del nulla: un mondo senza Dio. I protagonisti dei suoi libri spesso sfidano o negano Dio e di conseguenza anche i valori della società russa. Ne I fratelli Karamazov compare la celebre frase di Ivan Karamazov: “se Dio non esiste allora tutto è permesso”. In seguito in “Delitto e castigo” Raskolnikov uccide per provare a se stesso di far parte degli uomini migliori che sono al di sopra del bene e del male, anche se alla fine, annientato dai sensi di colpa, si rifugia nella fede. Ne “I demoni” Kirilov afferma: “se dio non esiste, io sono dio” e si suicida per provarlo, dimostrando di decidere autonomamente della sua stessa vita e della sua stessa morte. Tre uomini, tre varianti nichiliste.

La storia del nichilismo non è progressiva, non ha avuto un’evoluzione stabile e graduale. Fin dall’antichità è presente una riflessione sul nulla. Vanità delle vanità, dice Qoèlet, “vanità delle vanità: tutto è vanità”.  Vanità di vanità è una forma di superlativo della lingua ebraica. In ebraico vanità si dice hebel e sta a indicare il nulla, il vuoto, il soffio; il superlativo, pertanto, potrebbe essere tradotto con “assoluta vanità” o anche “perfetto nulla”. Questa è la situazione che il saggio vive constatando di non aver ricevuto nulla dai beni del mondo e dal trascorrere del tempo.

Heidegger riconosce come a partire dalla fine dell’Ottocento, l’ospite inquietante, il nichilismo, sia entrato nelle nostre case. Come già annunciato da Nietzsche, il mondo occidentale si è ammalato, perdendo i suoi valori e la sua forza.

Nietzsche chiama il nichilismo “il più inquietante tra tutti gli ospiti”, perché ciò che esso vuole è lo spaesamento come tale. Per questo non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa.

M. Heidegger, La questione dell’essere

Una volta entrato in casa il nichilismo è padrone. La conoscenza, la scienza, l’etica, la religione, l’arte di nichilizzano: tutto è permesso, nulla ha senso. Questa selva oscura in cui siamo immersi ci introduce in un mondo disincantato, dove i supremi valori si svalorizzano. Forse la tecnica ci ha permesso di risolvere i problemi, di aumentare le nostre ricchezze, di liberarci dalla fatica e dalla paura ma ha aperto una voragine sul senso sulla nostra esistenza. Manca il perché. Tra qualche anno il transumanesimo, il passaggio ad una vita prolungata e meno soggetta all’invecchiamento e alla malattia, aumenterà la distanza tra ciò che è umano e ciò che non lo è, tra chi chiede “perché” e chi non chiede “perché”. La diffusione del nichilismo teorico e pratico ha prodotto in larga scala un uomo nichilista, che vive alla giornata, senza sapere esattamente dove stia andando, che cosa sia meglio fare o non fare, che senso ultimo abbia il suo lavorare, soffrire, gioire, essere libero. Un consumatore perfetto, eterodiretto e incapace di intendere il bene, ostinato nella sua radicalizzazione egoistica. L’utile da conseguire ha sostituito l’antico bene da cercare. Facendoci rimanere a mani vuote. Poveri e abbruttiti. Vuoti.

Articolo precedente

L'ora del florilègio

Articolo successivo

La teologia nichilista

Unisciti alla discussione

  1. Con il termine “Vuoto a perdere”, s’intende il fatto che l’uomo nichilista, che non crede in Dio e nelle sue certezze, è un uomo con l’anima vuota che crede solo in se stesso e in ciò che fa. A me l’uomo nichilista non piace, perché conduce una vita senza un senso e senza pensare al futuro; l’uomo per vivere al meglio, ha sempre bisogno di una guida che lo aiuti nel suo cammino e nella sua crescita interiore.

Lascia un commento