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La giustizia nell’ora della spada

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Nell’Etica Nicomachea, Aristotele riflette sul valore della giustizia indicando due forme assai diverse benché complementari: “giustizia distributiva”  che consiste nel “dare a ciascuno il suo”, in base alla proporzione, ovvero “secondo lo stesso rapporto che vi è reciprocamente tra i singoli contributi” e  la “giustizia commutativa o regolatrice” che si fonda sul concetto di uguaglianza tra individui, nella misura in cui tende a riparare i danni subiti, indipendentemente dalle differenze tra gli stessi individui.

La prima forma di giustizia prevede di dividere in modo proporzionale: la paga viene data a seconda del contributo lavorativo che si è prestato. Per questo nella famosa parabola dei lavoratori della vigna di Matteo, si assiste ad una rivolta sindacale. Perché gli operai dell’ultima ora sono pagati come gli operai della prima ora? Perché chi è stato a faticare sotto il sole per undici ore, chi ha sopportato interamente il peso della giornata, deve guadagnare come gli operai che sono arrivati alla fine? Si tratta apparentemente di una mancata giustizia distributiva: nel dare a ciascuno il suo, manca la proporzione, la reciprocità. Questo Vangelo può essere compreso invece utilizzando la “giustizia commutativa” che regola e ripara i danni subiti. Per Aristotele ciò che è giusto nelle relazioni sociali è una certa equità e l’ingiusto una certa iniquità: la legge bada soltanto alla differenza del danno (e tratta le persone come eguali). cioè se uno ha commesso ingiustizia e un altro l’ha subita, se uno ha recato danno e un altro l’ha ricevuto. Non v’è alcuna differenza se un bravuomo ha rubato a un criminale o se un criminale uomo ha rubato ad un bravuomo. Cosa deve fare il giudice? Colui che amministra la giustizia, si sforza di correggere l’ingiustizia, in quanto iniqua; e quando l’uno abbia ricevuto un furto e l’altro lo abbia commesso, quando il subire e l’agire sono stati in rapporti d’iniquità, allora si cerca di correggerli con una perdita, sottraendo così qualcosa da chi era in vantaggio. Per Aristotele la giustizia commutativa deve correggere vantaggi e svantaggi. Nella parabola dei lavoratori, la perdita di denaro non tocca gli operai che conseguono ciò che era stato pattuito ad inizio giornata. Chi ci rimette è il padrone della vigna! La sua perdita serve a commutare lo svantaggio di coloro che per ore hanno prestato il loro tempo ad altri padroni, ad altri cattivi padroni. In modo severo e diretto, il padrone risponde all’operaio mormoratore, invidioso di coloro che hanno ricevuto la sua medesima paga pur arrivando alla fine della giornata:

Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?

Questa parabola serve a spiegare cosa si intende con il “cercate prima il regno dei cieli e la sua giustizia” . Dal punto di vista cristiano, la giustizia non può essere compresa senza Cristo sommo giudice e, contemporaneamente, vittima sacrificale

colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio” (2 Cor 5,21)

Nella nostra quotidianità confondiamo spesso la giustizia con la vendetta, soprattutto quando sopportiamo delle sofferenze immotivate. Un personaggio che ha incantato la nostra immaginazione su questo tema è il Conte di Montecristo. Il marinaio Dantés, quasi capitano della nave mercantile Pharaon, si ritrova alla soglia dei vent’anni con tutto ciò che un giovane avrebbe potuto desiderare: una fidanzata bellissima e devota, il successo lavorativo, e un padre affettuoso. La sua vita felice e beata viene improvvisamente distrutta dall’invidia di tre uomini, che attraverso una falsa lettera lo rovinano e lo mandano in prigione, nella terribile isola di If. Qui ha inizio uno degli affreschi più tenebrosi, imponenti e cupi di tutta la letteratura mondiale, quello che tratteggia l’arrivo e la permanenza di Edmond Dantés nel castello d’If, con conseguente fuga. L’innocente Dantés precipita per anni in uno stato di annichilimento, privandosi perfino del cibo e dell’acqua per favorire la morte. Imprigionato fisicamente e spiritualmente, per una colpa non commessa, sprofonda in quell’oblio eterno, di coloro che non hanno più nulla in cui credere e in cui sperare. Un incontro lo salverà. L’abate Faria, un ecclesiastico di eccezionale cultura, aiuterà Dantés a diventare uomo, ad abbandonare la sua giovanile ingenuità per percorrere la strada della maturità. Il rapporto paterno ritrovato, permetterà a Dantés di riflettere sulla sua condanna, riconoscendo i mandanti della sua ingiusta incarcerazione e a pianificare una nuova vita, con le smisurate ricchezze e l’identità del Conte di Montecristo. Una volta libero, grazie ad un astuto stratagemma, lascia le spoglie mortali e diventa un messaggero del destino, un vendicatore. Se la giustizia degli uomini ha fallito, quella di Dio sarà perfetta: la vendetta non tarderà per chi ha perduto il padre in modo drammatico, la sua amata e la sua carriera. Il conte di Montecristo sa aspettare, non ha fretta, elabora il suo piano vendicativo con la sagacia del contrappasso dantesco. Ma il suo comportamento alterna momenti di bontà con gesti di risentimento: bene e male confluiscono nella sua sete di giustizia. Alla fine Dantés non si riduce come i suoi nemici: nessuna vendetta, per quanto anelata, è in grado di arrecare una piena soddisfazione. La giustizia si incarna nel suo cammino di sofferenza, l’unica strada per godere realmente di ciò che si ha e si vuole essere.

Questa dimensione di giustizia individuale, che cerca il bene sopra ogni cosa, è anche l’esperienza di Giuseppe in Egitto. Il figlio prediletto di Giacobbe viene venduto per invidia e gelosia dai suoi fratelli e finisce servo nella casa di Potifar, capo delle guardie del faraone. L’alto dignitario egiziano ammirando le capacità e l’onestà del giovane, decide di nominarlo prima suo servitore personale e, in seguito, maggiordomo e amministratore dei suoi averi. La moglie di Potifar, incarnazione del desiderio illimitato, vedendo la bellezza di Giuseppe tenta di sedurlo, volendo impadronirsi della purezza del giovane ebreo. Di fronte al suo casto rifiuto, accusa Giuseppe di violenza, rovesciando la realtà delle cose. Il figlio di Giacobbe finisce in carcere, in fondo ad un pozzo profondo da cui nessuno usciva vivo. Il suo castello di If. Giuseppe non toccò la moglie del suo padrone e finì ingiustamente imprigionato. Avrebbe potuto sfruttare la situazione a suo vantaggio, in fondo era giovane e lontano dalla sua casa. Che male avrebbe fatto? Giuseppe grazie alla sua castità diventa invece giusto, praticò una giustizia che lo portò ad essere l’uomo più importante d’Egitto dopo il faraone. Grazie alla sua giustizia sfamò la sua famiglia, arrivata in Egitto a causa di una carestia. La castità e la giustizia di Giuseppe oltrepassano la dimensione individuale e toccano la sfera collettiva.

Come è possibile allora fondare una società giusta? In un mondo globalizzato come il nostro, la questione non può essere affrontata senza riflettere sulla sostanziale sovrapposizione del mercato con i suoi valori individualistici con l’ordinamento politico moderno. MacIntyre ritiene che molte attuali concezioni politiche, seppur diverse e sostanzialmente incompatibili, mostrano costantemente l’assenza del concetto di merito e la visione di una società unicamente come un semplice insieme di regole. Nel suo libro Dopo la virtù. Saggio di teoria morale, MacIntyre arriva a celebrare il funerale di tutte le tradizioni politiche occidentali.

Nel suo saggio, intuisce che la situazione attuale è analoga agli ultimi secoli dell’impero romano d’occidente: assenza di potere politico, economia barcollante, degenerazione morale. Nel momento in cui gli uomini e le donne di buona volontà smisero, in qui secoli bui, di mantenere in vita il vecchio e moribondo ordinamento romano e capirono di non identificare la continuazione della civiltà con la conservazione del mondo pagano romano, avvenne la svolta che li fece andare avanti. Nacquero allora delle forme locali di comunità che riuscirono a conservare la civiltà occidentale nel passaggio al Medioevo. In poche parole ci fu chi, come San Benedetto, indicò una strada virtuosa a coloro che guardavano al progresso come pratica della giustizia. I monasteri nacquero come una risposta alla crisi del mondo antico che stava travolgendo le popolazioni europee. L’essenzialità della vita comunitaria, così distante dalle strutture spesso violente e degradanti della tarda antichità, consentì agli uomini di buona volontà di centrarsi su quei valori fondamentali che avrebbero dato vita alla “bella” modernità. Come i fratelli di Giuseppe, alcuni andranno alla ricerca del pane, stanchi della carestia e della povertà, altri avranno già predisposto piccole case di accoglienza per coloro che entreranno nella strada virtuosa.

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