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Riti di passaggio

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La vita dell’individuo si svolge in una situazione di successione di tappe nelle quali il termine finale e l’inizio costituiscono degli insiemi dello stesso ordine: nascita, pubertà sociale, matrimonio, paternità, progressione di classe, specializzazione di occupazione, morte. A ciascuno di questi insiemi corrispondono cerimonie il cui fine è identico: far passare l’individuo da una situazione determinata ad un’altra anch’essa determinata.

A. Van Gennep, I riti di passaggio

Per vivere nel mondo occorre imparare a determinare (de-termino), imparare a individuare i confini, a definire la realtà, a circoscrivere il tempo e lo spazio del nostro agire. L’esistenza si presenta essenzialmente con un inizio (nascita) e una fine (morte) ma si presenta anche segmentata, frazionata, dall’innegabile sequenza di mutamenti: i riti di passaggio. Lo studio antropologico dell’ultimo secolo, ha chiaramente evidenziato che, a prescindere dai dettagli, esistono in ogni gruppo sociale, tribù, civiltà degli schemi meccanici di passaggio generali. Van Gennep agli inizi del Novecento aveva individuato e differenziato tre diverse fasi:

  • riti di separazione o preliminari
  • riti di margine o liminari
  • riti di aggregazione o postliminari

Nel rito di separazione l’individuo si distacca dal gruppo e dalla situazione originaria. Edipo è un simbolo di questo distacco forzato: il padre lo allontana dalla sua città e da sua madre per consentire il viaggio verso la maturazione, maturazione che implicherà il parricidio. D’altra parte il tema della separazione è presente in modo traumatico in molte tribù in cui il figlio è letteralmente strappato alla madre. L’individuo per raggiungere l’età adulta deve essere aiutato a compiere un taglio netto con la situazione infantile di cura e di protezione. Per formare una famiglia, per assicurare la sopravvivenza del gruppo con i figli, per trasmettere i valori e la cultura della civiltà di appartenenza in uno status di anzianità, occorre lasciare alle spalle la propria casa

 Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.

Genesi, 2

Nel rito di separazione diventa allora fondamentale il tempo del viaggio, la peregrinazione. In alcune tribù indiane, i giovani sono invitati ad esplorare la foresta in solitudine per trovare la visione. In Australia questo periodo dura due anni in cui il giovane deve sopravvivere soltanto grazie alla caccia: è un rito di passaggio liminare in cui il giovane è messo al confine per passare all’età adulta. L’esplorazione è una necessità intrinseca in cui occorre sviluppare nuove conoscenze, scoprire le proprie abilità, costruire la propria identità e imparare a discernere il bene dal male. Se il viaggio sarà positivo, il giovane potrà aiutare la tribù al suo ritorno.

Spesso il peregrino si ritrova con il gruppo dei pari in uno stadio in cui non si è più con il gruppo originario ma non si è ancora con un nuovo gruppo sociale. La scuola, il gruppo sportivo o parrocchiale, l’esercito nella sua vecchia valenza accademica, sono esempi di gruppi di pari in cui vivere inizialmente il ritorno all’aggregazione. Nel passaggio all’età adulta occorre inoltre fare i conti con la forza e con la violenza. Per questo gli anziani sono fondamentali nell’accompagnare il giovane nei suoi riti di passaggio. Senza la presenza degli adulti, di coloro che sono già passati, i riti possono degenerare e bloccare il processo. Per l’individuo e per l’intera comunità. Anche Platone riteneva fondamentale di portare i fanciulli a divenire adulti compiuti, pienamente partecipi delle sorti della città

L’essenziale dell’educazione consiste nella corretta formazione che, attraverso il gioco, condurrà nel miglior modo possibile l’anima del bambino ad amare ciò in cui egli, divenuto uomo, dovrà essere tanto compiuto (teleion) quanto la materia che lo richiede.

Platone, Le Leggi

Senza i riti di passaggio la società si ferma, si consuma, muore. A volte anche in modo drammatico e mostruoso. Nel Signore delle Mosche, i bambini educati ai sani principi inglesi e al rispetto delle regole, assistono alla trasformazione del paradiso, in cui erano precipitati dopo un incidente, in un luogo primitivo a spaventoso, regno di una violenza irrazionale. Diventano selvaggi, preda di intolleranza, violenza, odio, in particolare verso chi cerca di mantenere il raziocinio, perseguitandolo fino all’omicidio. L’apice si raggiunge quando Jack, il Signore delle mosche, un’allegoria di Satana e del male, infilza la testa mozzata di un maiale su un bastone come cibo sacrificale per ingraziarsi la benevolenza della bestia che credono si aggiri per l’isola. La bestia, cioè il Male, si è impadronita delle vite dei ragazzi, ormai dominati dal puro impulso e preda delle paure più ancestrali. Soli, senza la mediazione e l’accompagnamento degli adulti, i giovani si trovano buttati nel caos, in una situazione in cui i riti di passaggio non passano.

Nel mondo occidentale i riti di passaggio sono notevolmente cambiati: a volte per un evidente processo di desacralizzazione, altre per l’incidenza culturale dell’industrializzazione, altre ancora per un uso distorto della libertà individuale rispetto all’identità del gruppo. Anche l’estensione dell’età giovanile ha contribuito alla crisi dei riti del passaggio o alla loro rivisitazione in chiave postmoderna. Oggi nessuno vuole sentirsi e apparire vecchio, non esiste più una differenziazione marcata dello stato e del ruolo. Tutto ciò implica una perdita di identità individuale e sociale e, conseguentemente, un immobilismo sociale e rituale. Soltanto la morte sembra svolgere ancora una funzione iniziatica, laddove l’individuo accetti la sua presenza e non la esorcizzi svuotandola dal suo essere passaggio. Come Socrate che in punto di morte fa vivere ai suoi discepoli l’ultimo rito:

Ma ormai è ora di andare, io a morire, voi a vivere: chi di noi vada verso il meglio è oscuro a tutti tranne che al Dio

Platone, Apologia di Socrate

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