La libertà metafisica

L’uomo occidentale tecnologico, positivista, scientista, fatica ad abbandonare l’oggettivizzazione della realtà. Il suo mondo deve essere necessariamente organizzato, prevedibile, determinato. Per quanto vantaggiosa e pratica, l’oggettivizzazione della realtà implica un rischio: la perdita della libertà

La libertà è prima rispetto all’essere: non può essere determinata dal nostro essere. È senza fondamento, senza causa. Quando cerchiamo di determinarla, di razionalizzarla, di oggettivarla, la libertà scompare.
Nikolaj Berdjaev

Oggi parliamo molto della conquista della libertà in relazione alla modernità: il mito del progresso ha ridimensionato lo spirito degli antichi sino a ridurlo ad una primitiva forma di sopravvivenza. Senza le conquiste illuministe, senza la maturazione idealista e la rivoluzione marxista, senza il trauma nichilista e il metodo psicanalitico, sembra impossibile intavolare qualsiasi discorso “adulto” rispetto alla libertà. Nel mondo dei diritti, dovremmo aver raggiunto un livello di libertà consapevole e riconosciuto. Eppure oggi la libertà è la parola più ricercata in campo sociale, politico, economico, religioso, sessuale. Perché cerchiamo ancora la libertà?

L’uomo post moderno non sa più come trovare la libertà perché ha fatalmente raggiunto il dominio del pensiero oggettivo, soffocando e alienando la vita dello spirito e quella dell’individuo. Un uomo interessato esclusivamente alla salute, al benessere economico, al riconoscimento sociale, a risolvere i problemi personali come può comprendere la vita nascosta di un monaco, il sacrificio inutile di un cavaliere, il tormento creativo di un artista, il desiderio di una donna di avere una famiglia numerosa? Un uomo abituato a misurare, prevedere, determinare, controllare, come può avvicinarsi all’esperienza metafisica della libertà di chi ha scoperto che il mondo materialista e positivista è già tramontato? Chi ha fondato la sua vita sulla certezza della ripetizione, sull’oggettivizzazione delle emozioni e delle passioni, sulla sicurezza del proprio piccolo campo cosa penserà di chi è disposto a lasciare tutto per seguire il Maestro? Se il pensiero è appiattito sulla dimensione funzionale, utilitaristica, edonistica dei concetti e delle conseguenti azioni come può andare oltre le apparenze, come può relazionarsi con Dio e come può agire in nome di Dio?

Se rimaniamo solamente nel campo del “vivibile”, se escludiamo la morte dalla nostra esistenza, se alieniamo il suo vissuto, che senso ha rapportarci a Dio che è cercato proprio per la sua dimensione ultraterrena e soprannaturale? E se non ammettiamo la presenza del male insieme al bene come possiamo riconoscere che la libertà può essere alternativamente uno strumento del bene quanto del male? Per questo motivo il male genera meno inquietudine rispetto alla possibilità che l’uomo con la sua libertà possa decidere di fare il male. La libertà non è un valore ma la condizione di possibilità perché si possa creare un valore: la libertà è il senso dell’essere.

L’uomo ha tradito il compito che le era stato affidato: custodire la libertà, imparando a governare e frenare le proprie pulsioni. La libertà non è a buon mercato, richiede sacrifici, anche dolorosi: padronanza di sé, senso del limite, senza dimenticare che come ben si evince dal Grande Inquisitore di Dostoevskij l’uomo non vive – e non può vivere – di solo pane, perché non è solo corpo ma anche spirito.

Il Grande Inquisitore incalza Gesù, ritornato nella piazza della città e accolto come liberatore. Cristo aveva liberato gli uomini dalla schiavitù del peccato, ma dopo secoli è ridotta a serva del potere:

Sì, l’abbiamo pagata cara, questa tua opera; ma ora l’abbiamo finalmente condotta a termine in tuo nome. Quindici secoli abbiamo continuato a tormentarci con questa tua libertà, ma ora è finita; siamo a posto e ce ne restiamo fermi.

F. Dostoevskij, La leggenda del Grande Inquisitore

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