Memoria del futuro

Abramo è, per le religioni monoteiste, il padre della fede. Ha creduto contro ogni evidenza, si è appoggiato a Dio, ha stretto un’alleanza irrevocabile. Dice San Paolo che Abramo

di fronte alla promessa di Dio non esitò per incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento. Ecco perché gli fu accreditato come giustizia. Romani 4

Avere fede comporta un cambiamento soprannaturale: si diventa giusti. Abramo viene definito come tzaddik, un giusto, colui che per salvare il prossimo non esita a mettere in secondo piano la propria persona e, se necessario a metterla anche in pericolo. La distruzione di Sodoma e Gomorra, raccontata nella Genesi, presenta appunto Abramo come un intercessore, un uomo che cerca di contrattare una salvezza disperata e immeritata. Abramo non è un eroe: non ci sono battaglie in cui è protagonista. Abramo non è un capo: non conduce un popolo ma la sua famiglia e i suoi servi. Abramo non è profeta: non annuncia salvezza o distruzione. Abramo è un credente. Un giorno Dio si è rivelato alla sua vita, lo ha fatto uscire dalla sua casa e lo ha allontanato dalla sua gente, promettendo una terra e un figlio. Abramo è l’erede delle due dimensioni umane fondamentali: lo spazio (la terra) e il tempo (il figlio). La sua giustizia si fonda su un’alleanza:

«Guarda il cielo e conta le stelle, se le puoi contare». E soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che gli contò questo come giustizia. Il Signore gli disse ancora: «Io sono il Signore che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti questo paese, perché tu lo possegga». Genesi 15

La forza di Abramo risiede nella memoria del passato: ricordare qualcosa che non è ancora ma è già, perché realizzato da Dio in un futuro promesso. Lo tzaddik infatti è come un albero dalle grandi radici e dagli alti rami: è ben piantato a terra (nel passato) ma tende al cielo (al futuro). Abramo non guarda alla storia nella sua immediatezza ma a partire dalla promessa, a partire da quella memoria di futuro, il ricordo di qualcosa che comunque si compirà. Il giusto non ha paura di morire e non vedere esaudite le promesse, anzi nelle avversità non esita, si rafforza e benedice.

La memoria del futuro richiama quello che Bergson intuisce nei suoi studi. Bergson riesce a mostrare chiaramente come il tempo che viviamo sia una durata reale, un fluire interiore ininterrotto, una trasformazione continuativa dei nostri stati psichici. Il passato non è un contenitore vuoto in cui seppellire i momenti passati, esperienze morte che non sono più. La memoria non è la discarica dove buttare i ricordi, il cimitero delle nostre emozioni, i sepolcri di attimi consumati. Per Bergson  la memoria (e il passato) è una dimensione attiva, che esiste e insiste sulla nostra vita; essa precede ogni presente e determina il venire alla luce di ogni evento attuale, evoca tutte le azioni concrete che noi compiamo attraverso il ricordo di fatti utili. Il passato è come l’ombra che ci segue ovunque a da cui non possiamo staccarci. L’ombra è anche la nostra proiezione, anticipa il nostro arrivo. Il passato non è fisso, bloccato, si muove e ci segue, si manifesta in un presente che lo attualizza. E il futuro? Per Bergson il futuro non è più l’attesa angosciosa e paurosa di un avvenire ignoto. Il futuro diventa il destino della nostra vita spirituale, in cui è richiamato e ripetuto il ricordo del passato che abbiamo saputo scegliere e realizzare. La promessa che in Abramo è stata creduta contro ogni evidenza.

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