Amore e conoscenza

In un saggio del 1915 intitolato Amore e conoscenza, Max Scheler si chiede: amiamo ciò che prima abbiamo conosciuto o conosciamo ciò che prima abbiamo amato?

Riprendendo S. Agostino, Max Scheler ritiene che sia impossibile conoscere veramente qualcosa che non sia stato innanzitutto amato. Soltanto nell’orizzonte dell’amore è possibile conoscere qualcosa, oltrepassando la pigra superficie dell’apparenza. Viviamo in un mondo veloce ed efficiente: tutto deve funzionare. Se un tempo i comportamenti erano condizionati dal senso di colpa, oggi l’ansia sembra essere diventata la malattia virale che affligge l’uomo occidentale, in particolare l’ansia da prestazione. Le regole sociali, le dinamiche economiche, il benessere idealizzato, impongono degli standard quantitativi mostruosi. Tante persone hanno smesso di amare. Non amano più lo studio, il lavoro, la famiglia, la società, la natura, l’arte, la vita, perché ingabbiati in un sistema produttivo e nichilista, interessato esclusivamente al funzionamento degli apparati. La mancanza di amore genera una mancanza di conoscenza e la mancanza di conoscenza sta portando ad un imbarbarimento collettivo, preludio di una fine epocale. In altre parole il mondo post industriale, il mondo delle competenze, del fare, dell’istruzione acritica, sta crollando. I giovani, per esempio, faticano a studiare non a causa di una fantomatica demotivazione, non studiano per mancanza di amore, non sono cioè capaci di aprirsi all’incontro, di uscire dalla logica possessiva del sapere. La mancanza di amore non si limita alla scuola o all’università, è infatti riscontrabile in altri campi, in primis nelle relazioni affettive, spesso esageratamente turbolente o ai limiti del patologico.

Senza amore, senza incontro, senza apertura, la conoscenza diventa un vuoto esercizio dottrinale, un meccanismo ripetitivo deludente ed egoistico. Conoscere non significa possedere ma mettersi in relazione, accogliere qualcosa che non si possiede. Per questo la conoscenza e l’amore sono strettamente legate dall’imprevedibile e dall’incontrollabile. Nella conoscenza e nell’amore siamo poi guidati dal desiderio. L’esperienza insegna che lo studio non è stoccaggio di informazioni, sterile apprendimento: quando sono immerso nei libri svolgo delle operazioni mentali che aprono un orizzonte nuovo alla mia visione del mondo. Nel processo conoscitivo devo innanzitutto comprendermi, scoprire la parte di me chiamata a conoscere, a mettersi in relazione con ciò che devo conoscere. Per questo occorre sviluppare una sapiente selezione dei desideri. Anticamente il discernimento era una delle qualità principali degli uomini sapienti e, nel caso dei padri del deserto, una delle qualità principali dei santi.

Chiaramente in amore è fondamentale avere discernimento: non tutti i desideri affettivi sono buoni, giusti, liberi. Far crescere una relazione amorosa con una persona inappropriata, soprattutto in modo inappropriato, potrebbe generare frutti velenosi e tossici. Similmente, arricchire la nostra conoscenza con uno studio edonistico, autoreferenziale, incontrollato può causare innumerevoli danni. Non tutti i desideri sono buoni. Se il desiderio è originariamente un’esigenza fondamentale, una richiesta di cielo (de-siderius), un bisogno di assoluto, una scoperta di mancanza, il desiderio può però indirizzarsi a qualcosa di malvagio. La storia di Davide è un esempio. Quando orienta il suo cuore a Bersabea, una donna sposata, e asseconda il suo piacere, allora conseguono una serie impressionante di sciagure. Davide non ha avuto discernimento, non ha tagliato quel ramo che l’avrebbe portato alla distruzione. Parimenti Davide ha smarrito la conoscenza di se stesso e la conoscenza della Legge di Dio che proibisce l’adulterio e l’omicidio. Sarebbe sbagliato vedere il peccato di Davide solamente nella dimensione impulsiva: smarrisce anche la conoscenza del salmista, la sapienza dell’uomo di Dio.

D’altra parte anche Platone aveva giustamente unito l’amore alla conoscenza, l’amore alla ricerca della conoscenza, amore e filosofia. Nel Fedro si legge che Eros è figlio di Penia (povertà) e Poro (espediente), dai suoi genitori ha preso le qualità che lo caratterizzano.

Anche fra sapienza e ignoranza si trova a mezza strada, e per questa ragione nessuno degli dei è filosofo, o desidera diventare sapiente (ché lo è già), né chi è già sapiente s’applica alla filosofia. D’altra parte, neppure gli ignoranti si danno a filosofare né aspirano a diventare saggi, ché proprio per questo l’ignoranza è terribile, che chi non è né nobile né saggio crede d’aver tutto a sufficienza; e naturalmente chi non avverte d’essere in difetto non aspira a ciò di cui non crede d’aver bisogno. Platone, Fedro

La domanda iniziale di Scheler ci pone dunque un interrogativo fondamentale: siamo sicuri che abbiamo iniziato dal punto giusto e che stiamo giungendo al traguardo? O siamo ancora ingarbugliati in legami affettivi opprimenti e sconosciuti e perdiamo tempo dietro a delle conoscenze inutili e sterili?

Amiamo ciò che prima abbiamo conosciuto o conosciamo ciò che prima abbiamo amato?

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