Scrive Murakami in Kafka sulla spiaggia

Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. 

La tempesta va attraversata. Abbiamo un enorme difficoltà a modificare il nostro sguardo sulla realtà: non esiste ciò che non ci piace. Esiste ma non esiste, è una fastidiosa presenza che non merita la nostra attenzione. Situazioni, persone, impegni che minano la nostra pace, la nostra sicurezza, la nostra crescita, devono essere necessariamente rimossi. Ma così ci perdiamo la tempesta.

Tempesta deriva etimologicamente da tempus. Per noi il tempo cattivo, anticamente un tempo straordinario. Non è il caso di essere sprovveduti: di tempesta si può morire. Ma cosa implica l’assenza della tempesta? Un pescatore che non è mai rimasto imprigionato in una tempesta, può dirsi mancante di qualcosa di significativo? Cosa stiamo perdendo dietro il mito di una vita levigata (per citare Byung-Chul Han), dietro al culto della levigatezza, la cura ossessiva delle superfici ottimizzate ma prive di profondità e abissalità? Una vita priva di ferite, priva di fenditure, priva della tempesta che squarcia i cieli del nostro vile rintanamento, potrebbe apparire esteticamente perfetta, un capolavoro marmoreo di benessere. L’uomo anestetizzato dal suo successo, la donna compiaciuta del suo perfezionismo, la famiglia plasmata sull’hegeliana certezza che andrà sempre e comunque tutto bene, cosa farà di fronte alla tempesta? Cosa farà in assenza della tempesta? Avranno la forza di fronteggiare il vento, di entrare nelle acque profonde e oscure di tempi che non sono buoni? Trascorreranno la loro vita semplicemente contando gli anni, accumulando beni e ricevendo i saluti nelle piazze, occupando i posti di potere e i troni del tempio? Come si salveranno lontani dalla tempesta?

Shakespeare nella sua opera chiamata appunto La Tempesta descrive una situazione limite in cui la precarietà umana si fonde con i venti e i marosi.

Prospero, il protagonista, viene messo su una zattera e buttato in mare insieme alla figlia MIranda, destinati a morte sicura tra le onde tempestose. Ma quando tutto sembra andare verso il peggio, quando le onde della morte stringono, come nel Salmo 17, e non c’è più la forza della disperazione, allora avviene una mutazione, avviene una purificazione. In questo dramma, i venti  “soffiano pietà”, gli elementi sono misericordiosi e le tempeste non sono vere tempeste: nessuno annega, nessuno muore, tutto diventa sempre più ricco e sempre più strano. Alla fine non ci sono né vinti né vincitori. L’aritmetica e la logica non riescono a spiegare ciò che avviene: siamo oltre il moderno. Dopo o forse prima, quando la contabilità puritana mostra tutti i suoi limiti oggettivi. E si rivela il mistero.

La tempesta assume allora un valore simbolico: come il battesimo, è un sacramento. Chi attraversa la tempesta, ne esce purificato. La tempesta non è tempo di morte ma di cambiamento. Grazie all’immersione nell’acqua, ad una specie di annegamento battesimale, è possibile scoprire la vita da altri punti di vista, più strani, più ricchi, più santi.

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