Il capro espiatorio era un animale mansueto offerto tradizionalmente come vittima di espiazione, nei riti ebraici del giorno del perdono. Per invocare la remissione dei peccati commessi, il sommo sacerdote caricava tutte le colpe del popolo su un capro. L’animale veniva poi portato nel deserto, dove secondo la tradizione biblica, era buttato giù da una rupe e ucciso. In senso figurato un capro espiatorio è qualcuno o qualcosa ritenuto responsabile di colpe collettive di cui è in realtà innocente o soltanto parzialmente responsabile.

Girard è un pensatore che ha dedicato la sua vita alla ricerca antropologica; oggi è studiato in particolare per la teorizzazione del capro espiatorio. Nella sua lunga elaborazione, si apprende la dinamica del ciclo mimetico: la violenza originata tra i rivali può essere superata soltanto attraverso il sacrificio di un capro espiatorio, di una vittima, designata a far terminare il conflitto generalizzato e incontrollabile. Questa vittima espiatoria diventa, allo stesso tempo, responsabile e sacra, perché causa e risoluzione delle crisi. Girard si rese conto che tutti i miti espiatori, fin dall’antichità, obbediscono ad uno stesso schema: il ciclo mimetico. All’origine risiede il desiderio di essere come l’altro, non di avere le sue cose, ma di essere come lui. Per esempio, in un asilo infantile si noterà facilmente che i bambini tendono ad afferrare i medesimi giocattoli cercando di strapparseli di mano, non soltanto per un semplice possesso. Nel conflitto non è in gioco l’oggetto: infatti la maestra per pacificare i bambini, propone un oggetto sostitutivo anche più desiderabile ma i litiganti continuano a fronteggiarsi perché è in corso una lotta mimetica. Si svolge un processo di identificazione difficilmente sanabile. La furia della lotta può essere superata soltanto attraverso un sacrificio rituale.

Per Girard l’uomo desidera per imitazione. Da qui si possono sviluppare invidie, gelosie, rivalità. Nel mondo postmoderno tutto ciò è quanto mai evidente: il mimetismo e le rivalità mimetiche sono sempre più presenti a causa della ormai quasi totale mancanza di un modello trascendente da seguire. La pubblicità non serve forse a farci acquistare un prodotto proponendo il modello da imitare? Gli influencer non giocano don i nostri desideri? La relativa deificazione di personaggi famosi è l’altra faccia del gioco del desiderio spesso manipolato dai media e dal potere. Senza un riferimento metafisico, è molto semplice insinuare un falso sistema religioso. La mancanza di un modello trascendente a cui ispirarsi e le relative conseguenze, erano state già intuite e raccontate da Dostoevskij. Stavroghin per esempio, personaggio centrale de I Demoni, incarna in modo esemplare la trascendenza deviata. Stavroghin rappresenta l’Anticristo, un’apparente ibridazione divina: tutti i personaggi del libro provano per lui un misto di venerazione ed odio. Stavroghin è oltre il loro giudizio, rimane indifferente, lontano dalle lusinghe e dagli insulti dei mortali. Tutti rimangono incantati dalla figura e dalla parola di Stavroghin

Stavroghin, voi siete bello! Esclamò Piotr Stephanovic come in estasi […] Siete voi, il mio idolo! Non offendete nessuno, eppure tutti vi odiano; trattate le persone come vostri pari, cionondimeno la gente
ha paura di voi […] Voi siete il capo, voi siete il sole, e io non sono che un verme sulla terra
. Dostoevskij, I demoni

Esiste un unico personaggio che riesce a comprendere la vera natura di Stavroghin: Maria Timofeievna. La zoppa Maria, con la sua semplicità e la sua umiltà, riuscirà a smascherare l’impostore, da tutta la città venerato e temuto non per il suo potere materiale ma per la sua trascendenza deviata, come la definisce Girard. Stavroghin, infatti, assume le sembianze del salvatore quando, in realtà, il suo obiettivo non è la salvezza ma la distruzione. Stavroghin si assume il compito di soddisfare il desiderio degli abitanti della città attraverso un rituale anticristiano

La passione con cui gli uomini s’accaniscono a strapparsi gli oggetti, o a moltiplicarli, non è un
trionfo della materia, ma un trionfo del mediatore, il dio dal volto umano.
R. Girard, Menzogna romantica e verità romanzesca

Il dio dal volto umano è un artificio metafisico: la morte di dio riconosciuta da Nietzsche non ha portato l’avvento di un oltre uomo ma di un altro dio, un dio dal volto umano. Questa umanità nuova, secolare, postmoderna si fonda sulla menzogna di poter sostituire il Cristianesimo con una religione senza Cristo, prendendo e utilizzando tutto ciò che di buono e utile per le nuove teologie e, conseguentemente, per il nuovo umanesimo, per l’altro umanesimo.

Per Girard Cristo assume il ruolo di capro espiatorio definitivo. Se nell’antichità i miti producevano vittime sacrificali per calmare la furia di uomini e dei, nella Bibbia sono presentati per esigenze salvifiche, lontane da ogni forma di violenza. Nel racconto biblico di Giuseppe e i suoi fratelli o nelle vicende accadute a Gesù di Nazareth, l’ingiustizia nei confronti dell’innocente è sotto gli occhi di tutti. La violenza non è legittimata. Il capro espiatorio è lì consapevole di quanto sta accadendo, è consapevole che il disegno di Dio supera il desiderio e i piani degli uomini. E accetta di consegnarsi come vittima sacrificale. Il ciclo mimetico può finire dunque in un duplice modo: nei miti pagani la violenza nei confronti del capro espiatorio è legittima, nella tradizione cristiana è invece un sopruso ingiustificabile. Cristo nella sua vita, morte e resurrezione ha superato l’antica usanza del capro espiatorio, ha inaugurato la creazione di un mondo di pace e di giustizia. Gli uomini liberati dal potere della morte possono oltrepassare, in Gesù Cristo, la logica pagana della violenza sacrificale.

Esiste una differenza sostanziale tra un universo dove la violenza arbitraria trionfa senza essere riconosciuta, e un universo dove questa stessa violenza viene invece identificata, denunciata e alla fine perdonata. Il compito dei cristiani è dunque terribile e angosciante: decidere, nella libertà, quale spazio concedere alla vittima pasquale. Saremo mai abbastanza cristiani per superare l’antica violenza, per non cadere nella trascendenza deviata e umanista, per accogliere e mettere in pratica il kèrigma, l’annuncio della buona notizia? Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà la fede sulla terra? Forse questa è la strada per scoprire il senso più profondo della nostra mancanza e del nostro tormento che, come Hölderlin suggerisce, rimane comunque la nostra perla preziosa

Vicino
E difficile da afferrare è il Dio.
Ma dove c’è il pericolo, cresce
Anche ciò che salva.
Hölderlin, Patmos
1 commento su “Capro espiatorio”
  1. Sempre puntuale amico mio. Notevole pensiero. L’imitazione dei desideri degli altri strumentalizzata dai media . Una bomba galattica . Sei il top

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