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La giustizia nell’ora della spada

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Nell’Etica Nicomachea, Aristotele riflette sul valore della giustizia indicando due forme assai diverse benché complementari: “giustizia distributiva”  che consiste nel “dare a ciascuno il suo”, in base alla proporzione, ovvero “secondo lo stesso rapporto che vi è reciprocamente tra i singoli contributi” e  la “giustizia commutativa o regolatrice” che si fonda sul concetto di uguaglianza tra individui, nella misura in cui tende a riparare i danni subiti, indipendentemente dalle differenze tra gli stessi individui.

La prima forma di giustizia prevede di dividere in modo proporzionale: la paga viene data a seconda del contributo lavorativo che si è prestato. Per questo nella famosa parabola dei lavoratori della vigna di Matteo, si assiste ad una rivolta sindacale. Perché gli operai dell’ultima ora sono pagati come gli operai della prima ora? Perché chi è stato a faticare sotto il sole per undici ore, chi ha sopportato interamente il peso della giornata, deve guadagnare come gli operai che sono arrivati alla fine? Si tratta apparentemente di una mancata giustizia distributiva: nel dare a ciascuno il suo, manca la proporzione, la reciprocità. Questo Vangelo può essere compreso invece utilizzando la “giustizia commutativa” che regola e ripara i danni subiti. Per Aristotele ciò che è giusto nelle relazioni sociali è una certa equità e l’ingiusto una certa iniquità: la legge bada soltanto alla differenza del danno (e tratta le persone come eguali). cioè se uno ha commesso ingiustizia e un altro l’ha subita, se uno ha recato danno e un altro l’ha ricevuto. Non v’è alcuna differenza se un bravuomo ha rubato a un criminale o se un criminale uomo ha rubato ad un bravuomo. Cosa deve fare il giudice? Colui che amministra la giustizia, si sforza di correggere l’ingiustizia, in quanto iniqua; e quando l’uno abbia ricevuto un furto e l’altro lo abbia commesso, quando il subire e l’agire sono stati in rapporti d’iniquità, allora si cerca di correggerli con una perdita, sottraendo così qualcosa da chi era in vantaggio. Per Aristotele la giustizia commutativa deve correggere vantaggi e svantaggi. Nella parabola dei lavoratori, la perdita di denaro non tocca gli operai che conseguono ciò che era stato pattuito ad inizio giornata. Chi ci rimette è il padrone della vigna! La sua perdita serve a commutare lo svantaggio di coloro che per ore hanno prestato il loro tempo ad altri padroni, ad altri cattivi padroni. In modo severo e diretto, il padrone risponde all’operaio mormoratore, invidioso di coloro che hanno ricevuto la sua medesima paga pur arrivando alla fine della giornata:

Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?

Questa parabola serve a spiegare cosa si intende con il “cercate prima il regno dei cieli e la sua giustizia” . Dal punto di vista cristiano, la giustizia non può essere compresa senza Cristo sommo giudice e, contemporaneamente, vittima sacrificale

colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio” (2 Cor 5,21)

Nella nostra quotidianità confondiamo spesso la giustizia con la vendetta, soprattutto quando sopportiamo delle sofferenze immotivate. Un personaggio che ha incantato la nostra immaginazione su questo tema è il Conte di Montecristo. Il marinaio Dantés, quasi capitano della nave mercantile Pharaon, si ritrova alla soglia dei vent’anni con tutto ciò che un giovane avrebbe potuto desiderare: una fidanzata bellissima e devota, il successo lavorativo, e un padre affettuoso. La sua vita felice e beata viene improvvisamente distrutta dall’invidia di tre uomini, che attraverso una falsa lettera lo rovinano e lo mandano in prigione, nella terribile isola di If. Qui ha inizio uno degli affreschi più tenebrosi, imponenti e cupi di tutta la letteratura mondiale, quello che tratteggia l’arrivo e la permanenza di Edmond Dantés nel castello d’If, con conseguente fuga. L’innocente Dantés precipita per anni in uno stato di annichilimento, privandosi perfino del cibo e dell’acqua per favorire la morte. Imprigionato fisicamente e spiritualmente, per una colpa non commessa, sprofonda in quell’oblio eterno, di coloro che non hanno più nulla in cui credere e in cui sperare. Un incontro lo salverà. L’abate Faria, un ecclesiastico di eccezionale cultura, aiuterà Dantés a diventare uomo, ad abbandonare la sua giovanile ingenuità per percorrere la strada della maturità. Il rapporto paterno ritrovato, permetterà a Dantés di riflettere sulla sua condanna, riconoscendo i mandanti della sua ingiusta incarcerazione e a pianificare una nuova vita, con le smisurate ricchezze e l’identità del Conte di Montecristo. Una volta libero, grazie ad un astuto stratagemma, lascia le spoglie mortali e diventa un messaggero del destino, un vendicatore. Se la giustizia degli uomini ha fallito, quella di Dio sarà perfetta: la vendetta non tarderà per chi ha perduto il padre in modo drammatico, la sua amata e la sua carriera. Il conte di Montecristo sa aspettare, non ha fretta, elabora il suo piano vendicativo con la sagacia del contrappasso dantesco. Ma il suo comportamento alterna momenti di bontà con gesti di risentimento: bene e male confluiscono nella sua sete di giustizia. Alla fine Dantés non si riduce come i suoi nemici: nessuna vendetta, per quanto anelata, è in grado di arrecare una piena soddisfazione. La giustizia si incarna nel suo cammino di sofferenza, l’unica strada per godere realmente di ciò che si ha e si vuole essere.

Questa dimensione di giustizia individuale, che cerca il bene sopra ogni cosa, è anche l’esperienza di Giuseppe in Egitto. Il figlio prediletto di Giacobbe viene venduto per invidia e gelosia dai suoi fratelli e finisce servo nella casa di Potifar, capo delle guardie del faraone. L’alto dignitario egiziano ammirando le capacità e l’onestà del giovane, decide di nominarlo prima suo servitore personale e, in seguito, maggiordomo e amministratore dei suoi averi. La moglie di Potifar, incarnazione del desiderio illimitato, vedendo la bellezza di Giuseppe tenta di sedurlo, volendo impadronirsi della purezza del giovane ebreo. Di fronte al suo casto rifiuto, accusa Giuseppe di violenza, rovesciando la realtà delle cose. Il figlio di Giacobbe finisce in carcere, in fondo ad un pozzo profondo da cui nessuno usciva vivo. Il suo castello di If. Giuseppe non toccò la moglie del suo padrone e finì ingiustamente imprigionato. Avrebbe potuto sfruttare la situazione a suo vantaggio, in fondo era giovane e lontano dalla sua casa. Che male avrebbe fatto? Giuseppe grazie alla sua castità diventa invece giusto, praticò una giustizia che lo portò ad essere l’uomo più importante d’Egitto dopo il faraone. Grazie alla sua giustizia sfamò la sua famiglia, arrivata in Egitto a causa di una carestia. La castità e la giustizia di Giuseppe oltrepassano la dimensione individuale e toccano la sfera collettiva.

Come è possibile allora fondare una società giusta? In un mondo globalizzato come il nostro, la questione non può essere affrontata senza riflettere sulla sostanziale sovrapposizione del mercato con i suoi valori individualistici con l’ordinamento politico moderno. MacIntyre ritiene che molte attuali concezioni politiche, seppur diverse e sostanzialmente incompatibili, mostrano costantemente l’assenza del concetto di merito e la visione di una società unicamente come un semplice insieme di regole. Nel suo libro Dopo la virtù. Saggio di teoria morale, MacIntyre arriva a celebrare il funerale di tutte le tradizioni politiche occidentali.

Nel suo saggio, intuisce che la situazione attuale è analoga agli ultimi secoli dell’impero romano d’occidente: assenza di potere politico, economia barcollante, degenerazione morale. Nel momento in cui gli uomini e le donne di buona volontà smisero, in qui secoli bui, di mantenere in vita il vecchio e moribondo ordinamento romano e capirono di non identificare la continuazione della civiltà con la conservazione del mondo pagano romano, avvenne la svolta che li fece andare avanti. Nacquero allora delle forme locali di comunità che riuscirono a conservare la civiltà occidentale nel passaggio al Medioevo. In poche parole ci fu chi, come San Benedetto, indicò una strada virtuosa a coloro che guardavano al progresso come pratica della giustizia. I monasteri nacquero come una risposta alla crisi del mondo antico che stava travolgendo le popolazioni europee. L’essenzialità della vita comunitaria, così distante dalle strutture spesso violente e degradanti della tarda antichità, consentì agli uomini di buona volontà di centrarsi su quei valori fondamentali che avrebbero dato vita alla “bella” modernità. Come i fratelli di Giuseppe, alcuni andranno alla ricerca del pane, stanchi della carestia e della povertà, altri avranno già predisposto piccole case di accoglienza per coloro che entreranno nella strada virtuosa.

Osservatori e Visionari

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La filosofia occidentale si dice che sia nata in Grecia con Talete: per primo cercò di comprendere l’origine della realtà a partire dall’osservazione naturalistica. Guardando il mondo circostante, notò che l’acqua era la sostanza indispensabile e necessaria per lo sviluppo della vita. Per primo fece un ragionamento causale a partire da una constatazione empirica: la vita è strettamente legata all’acqua. L’attento osservatore non solamente comprende ciò che è stato ma è capace di prevedere il futuro: studiando i nessi causali può attendersi verosimilmente il ripetersi di un evento.

Il termine osservare deriva dal latino ob (avanti) servare (guardare avanti, conservare): uno sguardo proiettato al futuro. Se osserviamo non guardiamo in modo distratto ma fermiamo il nostro sguardo proiettandolo in avanti, mettendo a fuoco ciò cha abbiamo innanzi. A volte utilizziamo questa parola anche per intendere l’esecuzione e l’obbligo di una legge. Osservare una legge significa tenere ben presente un comando, ricordare di fare o di non fare qualcosa.

Con l’avvento della scienza moderna, l’osservazione è il passaggio fondamentale della conoscenza: Galileo legge il libro della natura e deduce le leggi fisiche che sono presenti. Il padre del metodo scientifico moderno riusciva a distinguere i campi di indagine: la scienza ci dice come è fatto il cielo, la Bibbia ci dice come si va in cielo. Molte volte gli appassionati scientisti faticano a staccarsi dal lavoro di osservatore e riducono la realtà a mero dato sperimentale. Nel secolo scorso Albert Einstein riuscì a depotenziare il potere dell’osservazione:

L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione.

Se ci fermiamo al semplice dato, a ciò che vediamo, il nostro mondo, per quanto oggettivamente comprensibile, è limitato alla constatazione, alla ripetizione. Prima di dimostrare la relatività Einstein ha dovuto immaginarla: ha intuito inizialmente la dimostrazione pur non conoscendo tutti i passaggi necessari.

I visionari sono osservatori illuminati.

Il visionario non è una persona che non sa vedere, che non si rapporta con il mondo circostante, un irrazionale o un superstizioso. Il visionario è colui che vive una visione. Il termine richiama immediatamente il verbo vedere. Per vedere non sono necessari solamente gli occhi: senza luce non si può vedere. In termini soprannaturali, il visionario è colui che riesce a vedere oltre, in sogno o in momenti di astrazione mentale grazie ad una concessione divina.

Negli ultimi giorni, dice il Signore,

Io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona;

i vostri figli e le vostre figlie profeteranno,

i vostri giovani avranno visioni

e i vostri anziani faranno dei sogni.

Atti degli apostoli 2, 17

Il visionario possiede una Weltanschauung (letteralmente una visione del mondo) che spesso lo mette in conflitto con il mondo. Il mondo gira in un senso, il visionario ha una prospettiva diversa che non è riducibile alla mera follia. Ha le sue ragioni che possono non essere conformi alla mentalità comune. A volte può anticipare ciò che sarà, a volte può solamente essere portatore di un altro messaggio, apparentemente inconcludente.

Secondo Dilthey i visionari

raccolgono e riassumono ‘immagini’, idee e interpretazioni – sul piano filosofico e letterario, ma anche artistico e religioso – che mirano a dare coerente espressione al senso del mondo

I visionari sono coloro che vogliono dare un senso all’esistenza. La vita non è semplicemente conservazione biologica, mantenimento della salute, ricerca del piacere. La vita umana è orientata ad una pienezza, alla contemplazione (cum-templare). Nell’antichità l’augure, il sacerdote incaricato di scoprire il favore degli dei, osservava il cielo per scorgere il volo degli uccelli. Nello spazio infinito del cielo si cercavano le risposte che la terra non poteva offrire. Si guardava il cielo per dare un senso alla terra, un significato che includesse l’uomo nella sua interezza di essere carnale, razionale e spirituale.

Si guardava il cielo per conoscere se stessi, per avere una visione che potesse rivelare il mistero che ci accompagna, ci precede e ci aspetta. Come afferma San Paolo dobbiamo portare pazienza verso noi stessi e verso gli altri che forse non soltanto non vogliono vedere ma, forse, non sono in grado di vedere

Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. 1 Cor 13,12

La teologia nichilista

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Fin dai primi giorni di pandemia sono stati proposti alcuni precisi simboli religiosi: riti, sacerdoti, templi, sacrifici, calendari, celebrazioni. Eppure molti non hanno compreso la portata antropologica e teologica di questo cambiamento. Siamo di fronte ad una svolta epocale: nulla sarà più come prima. I pochi che in questi mesi hanno acquisito consapevolezza si troveranno in un mondo radicalmente diverso: i vecchi valori sono stati svuotati, davvero l’annuncio della morte di Dio è arrivato ai quattro angoli del pianeta. Il resto che inspiegabilmente resisterà al cambiamento in quale ordine del mondo si dovrà collocare?

La connessione tra politica e teologia può sembrare forzata o antiquata. In realtà negli ultimi secoli si è spesso dibattuto sull’influsso delle credenze religiose sulla politica, spesso allo scopo di impiegare la religione come instrumentum regni. Soltanto il ricorso alla religione può garantire l’obbedienza alle leggi: la stessa divinizzazione dei politici, come il culto del capo presente nei totalitarismi, rientra in modo grossolano nella sacralizzazione del potere.

Esiste anche un’altra prospettiva che vede la teologia politica come lo studio sistematico del rapporto tra la religione come fatto personale e collettivo e la scoperta dei nessi strutturali tra le idee teologiche e quelle giuridico-politiche. Secondo questa prospettiva esiste una connessione evolutiva della politica a partire dalle trasformazioni del concetto di Dio. La politica medievale risente della visione cristiana di Dio, quella moderna del dio lontano del deismo e del dio orologiaio, quella contemporanea risente della secolarizzazione e profetizza l’avvento di un apparente mondo dei diritti assoluti.

Per Carl Schmitt la modernità non è il trionfo della laicità o dei valori universali della rivoluzione francese. Anche dopo l’avvento del nichilismo siamo in presenza di una politica teologizzata.

Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati. Non solo in base al loro sviluppo storico, poiché essi sono passati alla dottrina dello Stato dalla teologia, come ad esempio il Dio Onnipotente che è divenuto l’onnipotente legislatore, ma anche nella loro struttura sistematica, la cui conoscenza è necessaria per una considerazione sociologica di questi concetti.

C. Schmitt, Teologia politica

La religione ha per oggetto Dio, la verità e la salvezza ultima, la politica si volge al bene comune, alla giustizia ed alla libertà. Entrambe convivono nella civiltà: la base prima di ogni civiltà è di ordine spirituale, oltre l’economia e la tecnica, occorre riconsiderare l’educazione, l’etica, il bene e il male, l’arte e la vita.

Nell’epoca della secolarizzazione la teologia politica è stata esposta all’ondata nichilista che ha prodotto un doppio esodo:
dall’orizzonte della realtà e dalla fede biblica. L’ospite inquietante ha portato alla padrona di casa un duplice dono: il rifiuto del principio di realtà e la sua sostituzione con la volontà di potenza. Questo ha implicato che la legge che regola i rapporti tra i cittadini ha trasvalutato la sua ragionevolezza e la sua autorevolezza. Se manca un fondamento normativo su quale base il cittadino deve fondare la sua obbedienza? Si apre ad una generalizzata volontà di potenza in cui tutti si illudono di poter fare ciò che si vuole. Il relativismo giuridico non è che una conseguenza del nichilismo, dei valori e dell’elogio del relativismo e dello scetticismo.

Il Dio biblico è stato relegato in biblioteca. E’ paradossale che i capi religiosi non soltanto non abbiano compreso la portata teologica di questa pandemia ma spesso siano stati facilitatori di un processo che sta svuotando la fede dei credenti. La Bibbia sembra essere stata abbandonata sugli scaffali delle sacrestie: non si affrontano i problemi sorti in questi mesi se non da una prospettiva mondana. Tra un prete e un giornalista che ci invita ad essere solidali ed inclusivi esiste un’imbarazzante convergenza linguistica e morale.

Perché il nichilismo è così letale? Il nichilismo dice di no alla metafisica, alla religione, all’etica, alla persona, al diritto e si affida alla volontà di potenza, rinunciando a possedere un punto di vista privilegiato per affrontare la realtà. Oggi nella pandemia sembra affermarsi una teologia politica dell’assenza e della negazione che emargina Dio fuori della storia: non esiste più trascendenza, salvezza, escatologia. Rimane solamente ciò che si vede e si materializza: l’uomo è solamente un essere naturale facilmente manipolabile dalla tecnica che crede in ciò che appare più rassicurante. La morte è l’unica fermata ammessa ed avendo smarrito qualsiasi forma di speranza non rimane che affidarci a Cesare e accontentarci dei piccoli privilegi che vengono concessi: qualche ora d’aria, minori restrizioni, qualche piccolo sussidio.

In fondo si è passati da novecentesca separazione tra il potere politico e il potere religioso (Cesare e Dio) ad una pandemica assimilazione: il fedele va in Chiesa portando i riti igienizzanti, il seminarista studia teologia green, il politico richiama alla santità dell’umanitarismo, il medico celebra nelle nuove cattedrali. Non c’è più distinzione. Tuttavia agli occhi più aperti non sarà sfuggita l’essenziale unicità del Cristianesimo, Gesù nella sua Incarnazione ha mostrato che in fondo Dio ha deciso qualcosa di completamente diverso: non è il cristianesimo ad aver bisogno delle civiltà, ma il contrario. La civiltà non scomparirà se ancora qualcuno vorrà essere sale, luce e lievito.

Vuoto a perdere

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Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Mt 5,13

Nel 1861 Turgenev coniava il termine “nichilista” per individuare la nuova generazione di rivoluzionari che, in un certo senso, aprì la strada alla rivoluzione bolscevica del 1917. Nella sua opera Padri e figli, l’autore faceva del personaggio del giovane rivoluzionario Bazarov un “nihilista”, un uomo

che non s’inchina dinanzi a nessuna autorità, che non presta fede a nessun principio, da qualsiasi rispetto tale principio sia circondato.

Nella Russia del XIX secolo si preparava la grande rivoluzione culturale che avrebbe sconvolto il mondo occidentale del XX secolo. Anche Dostoevskij ebbe la stessa intuizione. I giovani materialisti, borghesi antiliberali, fieri di un’apparente superiorità intellettuale, furono gli artefici della ribellione delle masse e i fondatori della società del nulla: un mondo senza Dio. I protagonisti dei suoi libri spesso sfidano o negano Dio e di conseguenza anche i valori della società russa. Ne I fratelli Karamazov compare la celebre frase di Ivan Karamazov: “se Dio non esiste allora tutto è permesso”. In seguito in “Delitto e castigo” Raskolnikov uccide per provare a se stesso di far parte degli uomini migliori che sono al di sopra del bene e del male, anche se alla fine, annientato dai sensi di colpa, si rifugia nella fede. Ne “I demoni” Kirilov afferma: “se dio non esiste, io sono dio” e si suicida per provarlo, dimostrando di decidere autonomamente della sua stessa vita e della sua stessa morte. Tre uomini, tre varianti nichiliste.

La storia del nichilismo non è progressiva, non ha avuto un’evoluzione stabile e graduale. Fin dall’antichità è presente una riflessione sul nulla. Vanità delle vanità, dice Qoèlet, “vanità delle vanità: tutto è vanità”.  Vanità di vanità è una forma di superlativo della lingua ebraica. In ebraico vanità si dice hebel e sta a indicare il nulla, il vuoto, il soffio; il superlativo, pertanto, potrebbe essere tradotto con “assoluta vanità” o anche “perfetto nulla”. Questa è la situazione che il saggio vive constatando di non aver ricevuto nulla dai beni del mondo e dal trascorrere del tempo.

Heidegger riconosce come a partire dalla fine dell’Ottocento, l’ospite inquietante, il nichilismo, sia entrato nelle nostre case. Come già annunciato da Nietzsche, il mondo occidentale si è ammalato, perdendo i suoi valori e la sua forza.

Nietzsche chiama il nichilismo “il più inquietante tra tutti gli ospiti”, perché ciò che esso vuole è lo spaesamento come tale. Per questo non serve a niente metterlo alla porta, perché ovunque, già da tempo e in modo invisibile, esso si aggira per la casa.

M. Heidegger, La questione dell’essere

Una volta entrato in casa il nichilismo è padrone. La conoscenza, la scienza, l’etica, la religione, l’arte di nichilizzano: tutto è permesso, nulla ha senso. Questa selva oscura in cui siamo immersi ci introduce in un mondo disincantato, dove i supremi valori si svalorizzano. Forse la tecnica ci ha permesso di risolvere i problemi, di aumentare le nostre ricchezze, di liberarci dalla fatica e dalla paura ma ha aperto una voragine sul senso sulla nostra esistenza. Manca il perché. Tra qualche anno il transumanesimo, il passaggio ad una vita prolungata e meno soggetta all’invecchiamento e alla malattia, aumenterà la distanza tra ciò che è umano e ciò che non lo è, tra chi chiede “perché” e chi non chiede “perché”. La diffusione del nichilismo teorico e pratico ha prodotto in larga scala un uomo nichilista, che vive alla giornata, senza sapere esattamente dove stia andando, che cosa sia meglio fare o non fare, che senso ultimo abbia il suo lavorare, soffrire, gioire, essere libero. Un consumatore perfetto, eterodiretto e incapace di intendere il bene, ostinato nella sua radicalizzazione egoistica. L’utile da conseguire ha sostituito l’antico bene da cercare. Facendoci rimanere a mani vuote. Poveri e abbruttiti. Vuoti.

L’ora del florilègio

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La parola è stanca, arranca dietro a discorsi sempre più uguali e ripetitivi: tamponi, vaccini, mascherine, lockdown, covidioti, novax. Il covid domina il linguaggio, perciò domina il nostro modo di pensare e la stessa realtà: così affermerebbe Parmenide a partire dalla sua ontologia. La parola è fondamentale perché esprime l’amore, senza amore la nostra vita perde di significato. Un neonato che non ascolta la parola della madre fatica ad entrare in relazione con il mondo. Ogni uomo entra in relazione con la realtà attraverso la parola. Quando ci troviamo in un paese straniero e non comprendiamo la lingua e non riusciamo a comunicare attraverso la parola, siamo spaesati, fuori da quel mondo. Con la parola possiamo amare e odiare, costruire e distruggere. I nostri problemi più profondi sono legati all’uso delle parole.

La parola giusta è sempre quella che dice amore e che ha in sé il potere di abbattere le muraglie cinesi. Ogni sventura umana sulla terra dipende allora dal fatto che gli uomini sono di rado in grado di pronunciare la parola giusta. Se ne fossero capaci, si risparmierebbero la disgrazia e la pena delle guerre. Non esiste sofferenza umana che non potrebbe essere evitata grazie alla parola giusta, e non esiste nelle varie disgrazie di questa vita alcuna consolazione autentica, se non quella che viene dalla parola giusta. La parola detta senza amore è già un abuso umano del dono divino della parola. In tale abuso la parola contraddice il proprio senso autentico e si estingue spiritualmente. Va perduta nella temporalità. La parola che dice l’amore è eterna.

Ferdinand Ebner, La parola e le realtà spirituali. Frammenti pneumatologici

Siamo chiamati a scegliere le parole giuste: le parole non sono nostre, non abbiamo la capacità di associarle agli oggetti. Le parole ci precedono e ci sorpassano. Possiamo selezionare la giusta parola per offrire al mondo il tesoro che portiamo dentro. Il florilègio (composto del latino flos «fiore» e di legĕre “cogliere”) è un’antologia, la scelta di opere di uno o più scrittori. Oggi possiamo abbellire la nostra conversazione con il nostro florilègio personale. Dietro ad ogni emozione e sentimento, dietro ad ogni esperienza, dietro ad ogni ragionamento c’è un fiore sorto dall’incontro, sorto dalla possibilità di stare al mondo. Siamo creatori di bellezza nella misura in cui portiamo alla luce la bellezza che è in noi. Occorre oltrepassare lo svilimento della comunicazione, che soprattutto nel nostro tempo si riduce in una logica del consenso all’idea, all’illusione, al sogno.

Dio nella Bibbia crea con la parola: Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Non c’è un momento intermedio: la parola pronunciata chiama all’esistenza immediatamente ciò di cui si parla. Se la nostra vita appare vuota, insignificante, rabbiosa, spenta ripartiamo dalla parola. Se incontriamo una persona triste proviamo ad usare una buona parola, proviamo a dirci le cose che sono davvero importanti, quelle che abbiamo dimenticato di dirci o che non abbiamo mai potuto dire. Questa è l’ora del florilègio.